Prendimi l’anima

Il titolo fa probabilmente riferimento all’anima imprigionata in una pietra che Carl aveva donato a Sabina.

Sì, sto per scrivere nuovamente del binomio Jung-Spielrein, ma stavolta spero vivamente che guarderete il film di cui parlerò. Premetto che sono una che si commuove spesso – tutta colpa del karma: nella prossima vita eviterò di sfottere mia madre per il suo pianto facile – ma questo film mi ha toccato profondamente.

Roberto Faenza sceglie Emilia Fox per interpretare la Spielrein, una bellezza modesta e pulita, decisamente realistica ed in linea con le fisionomie tipicamente ottocentesche.

La storia si divide tra passato, epoca in cui si svolge la vicenda, e presente, nel quale una giovane discendete Spielrein cerca giustizia al lavoro di Sabina, sottovalutato e pressoché ignorato. Filo conduttore del film è l’arte,  Pasternak e le sue poesie danno quasi voce ai protagonisti di oggi, metre Klimt e il suo “Giuditta ed Oloferne” vengono largamente ripresi dai protagonisti effettivi della storia. Ciò che riporta alla realtà dei fatti, oltre ai diari che riemergono dal passato, sono i luoghi che vengono frequentati e vissuti – una pasticceria, un teatro d’opera, un hotel, le macerie dell’Asilo Bianco.

Diversamente da quanto accade nel più recente “A dangerous Method“, qui il tema dell’onirico gioca un ruolo fondamentale, è parte integrante dell’intimità dei personaggi e spiega la sensibilità e la connessione quasi telepatica che si instaura nel rapporto tra Jung e la Spielrein, che va ben oltre quello del medico/paziente. Poco spazio viene lasciato alle immagini relative alla vicenda amorosa, che però persiste per tutto il film senza mai perdere in forza ed intensità, come poco viene trattata la patologia di cui soffre Sabina, senza che per questo non venga trasmesso il disagio e la sofferenza che subisce di giorno in giorno.

Non mancano i riferimenti – sebbene rari – a Freud, il quale viene citato, oltre che per la scienza, per il complesso di Edipo che qui viene messo in risalto e che collega il padre della psicoanalisi con il suo “allievo prediletto”- Jung per l’appunto.

Un film che lascia poco all’immaginazione, ma che nei dialoghi non dice più del dovuto, e nel quale i pochi personaggi presenti vengono mostrati senza filtri. Un film reale, storico, biografico, culturale.

E scusate se mi sono messa a piangere come una fontana quando l’ultimo bambino superstite dell’Asilo Bianco, ormai vecchio, apre le mani dicendo “Eto malchik, bil ja”.

http://www.cinemah.com/tuta/2003/faenza.html

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