Cronaca di un giorno qualunque

Dopo una nottata finita in ore piccole, I. era stata svegliata all’alba dalla Figlia di Satana alias Il Labrador Nero alias Babù con dei sonori versi emessi vicino all’orecchio ed accompagnati dal presente di una scarpa tenuta tra le fauci della bestia e leggiadramente sventolata sulla faccia della dormiente.

Trattenuti a fatica gli istinti omicidi verso la cagna e facendo prevalere l’amore per questa bambinona pelosa a quattrozampe, I. aveva aperto a Babù e a Frida (l’altra pelosa, ma figlia di un demone minore) la porta che dava sul cortile, lasciandole scivolare all’esterno dove le due si lanciarono in folli correrse, giocate, pisciate e quant’altro che si intuisce anche se non lo scrivo. Avrebbe potuto tornare a letto a riposare ancora un po’, ma I. preferì mettere sul fuoco la moka per il caffè, riempire la brocca di quell’acqua fresca e limpida che solo sui monti si può trovare, spacchettare due muffin e apparecchiare il tavolino in metallo rosso sulla terrazza, dove i primi tiepidi raggi di sole illuminavano il panorama boschivo.

Nel frattempo anche l’amica a due gambe E. si era destata, il caffè era ormai pronto da versare, e la colazione in compagnia non poteva essere più piacevole.

Nella tarda mattinata, dopo aver chiacchierato allegramente, giocato con le quadrupedi e preparato una borsa contente acqua, birra, una bella insalatona mista, dei nuggets e del budino, le due ragazze si erano dirette verso un’altura poco distante. Posati a terra gli asciugamani avevano pranzato immerse nel verde, con i campanacci di pecore e mucche come unico sottofondo.

Novezza

 

I. fece il carico di natura e calma prima di salire in auto e tornare in città, dove era stata convocata a lavorare quella sera stessa. Diede un bacio a tutte le sue amiche, che avrebbe rivisto solo a notte fonda, salì in auto e partì.

Erano passati dieci anni dall’ultima volta che aveva assistito ad un concerto di Sir Paul, e questa volta poteva parteciparvi come lavoratrice. Un ruolo che le imponeva compostezza e serietà, ma che non le impediva certo di ascoltare e canticchiare! Alle ventitré il suo compito di maschera era concluso, ma dopo aver chiesto il consenso del capo decise di rimanere nell’anfiteatro a godersi lo spettacolo – stavolta senza porsi limiti nello scatenarsi a ballare e urlare a squarciagola ogni singola nota delle canzoni senza tempo del Macca e dei Beatles.

image-2

 

Lo so, questa foto fa schifo. Ma è l’unica che ho quindi accontentatevi.

Alle una di notte I. si rimise in auto e cercando in ogni modo di combattere il sonno e la stanchezza – e per ogni modo intendo anche cantare sguaiatamente gli 883 che passavano in quel momento per radio – ripercorse tutta la strada dalla città alla montagna, facendo ben attenzione a non investire qualche animale notturno, ché sarebbe stato un vero peccato. Alle due finalmente raggiunse la casa dove le sue amiche E., Babù e Frida l’aspettavano assonate e un po’ rincoglionite oltre che contente di rivederla. Anche I. era contenta di essere tornata, era contenta della giornata intensa trascorsa in armonia ed era contenta di quel giorno qualunque.

Un giorno perfetto.

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