Corso base per diventare miciofili

Chiunque legga il mio blog da un po’ (a proposito, ieri il mio wordpress ha compiuto 4 anni!!!), conosce ormai fin troppo bene la mia passione smisurata per i cani – passione che in parte è diventata lavoro.

Devo però aggiornare voi tutti, che vi interessi o no, sul nuovo arrivo in casa Ghosty!!! Si chiama Dorotea, e si è aggiunta al già numeroso branco nel mese di dicembre.

Se faccio errori di battitura è perché La Stronza in questione mi sta camminando sulla tastiera del pc… LA STROZZO!

Ma torniamo alla parte bella – stasera mi sta facendo impazzire, continua a scollegarmi il cavo per caricare il pc, proprio adesso ci si è aggrappata in uno slancio felino e di rinculo si è schiantata sull’armadio… non ce la può fare. Come dicevo, il 30 dicembre mi chiama l’Orso Domestico, e più o meno le sue parole sono state queste:

“Qui al lavoro c’è una gattina messa male, è denutrita e malaticcia, tra l’altro tra poco ci saranno i botti di capodanno e poi l’azienda resterà chiusa per ferie… secondo me non arriva a gennaio. Che faccio?”

MA COSA VUOI FARE, PIRLA?!?! La decisione è stata piuttosto obbligata: portala a casa, vediamo poi il da farsi.

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La piccola era nata a inizio settembre, eppure nonostante i suoi 3 mesi era minuscola, scheletrica, con gli occhietti pieni di puss, i baffetti bruciati e i vermi intestinali. Una vera combo di energia!

Peccato che il 30 dicembre io avessi in consegna ben 5 cani, quindi La Stronza per qualche giorno è rimasta chiusa in una stanza piuttosto grande con il minimo indispensabile. Ogni volta che ci sentiva arrivare scappava spaventata.

All’inizio non voleva avvicinarsi, era terrorizzata da tutto e tutti… ma il caro buon vecchio cibo corrompe anche gli animi più solitari! E così con l’aiuto di un cucchiaino e del patè iperproteico per cuccioli io e il mostro felino abbiamo fatto amicizia.

Lì è iniziato il problema Frida.

Frida, da brava border collie, ha innato e molto ben sviluppato l’istinto a fissarsi. Tanto quanto si fissa su una palla o su una pecora, così faceva con Dorotea. Preciso inoltre che Frida non è mai stata una grande amante dei gatti, ringhiando e dando di matto ogni volta che ne vedeva uno. I primi mesi con la gatta in casa sono stati un disastro. Frida non le staccava gli occhi di dosso, si dimenticava di bere e di dormire. La gatta invece pian pianino ha iniziato a fregarsene altamente e a capire che se non schizzava come una pazza nessun cane la rincorreva. Ha imparato a muoversi lentamente e fingendo disinvoltura, e soprattutto ha capito che con la sola imposizione del soffio riusciva ad allontanare qualsiasi cane.

In pratica, ha capito di avere poteri magici e di essere diventata il nuovo capo del branco.

Nel frattempo, grazie al nostro vet e a un po’ di cure, ha iniziato a migliorare e a crescere.

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Dopo tre mesi di convivenza cani-gatto (di Jed non parlo nemmeno ma solo perché lui fin da subito non ha dato problemi con La Stronza, ha capito che comandava lei e si è prostrato immediatamente al suo volere) io e l’Orso Domestico ci siamo trasferiti.

Nuova casa, spazi più grandi, e finalmente eliminazione del letto a soppalco, precedentemente noto come “la roccaforte delLa Stronza”. Dorotea ci passava le ore a osservare i suoi sudditi ai suoi piedi, impotenti di fronte alla scala ripida che portava al suo trono.

Dopo quasi due mesi di convivenza nella nuova casa, la situazione Frida-Dorotea è migliorata. Finché sono sveglie fanno un sacco di palco, Frida finge di odiare il gatto – è una lotta per la supremazia la loro – e La Stronza finge timore misto a schifo nei confronti della cagnolina.

Ma in realtà, quando nessuno le vede…

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Eeeeh già… come se fossi scema, come se non sapessi che queste due assieme sono un’associazione a delinquere per combinare guai… già.

In compenso io mi sto specializzando in “mangiata dello yogurt in tempo record” per evitare che La Stronza ci ficchi dentro la testa prima che io abbia potuto infilarci il cucchiaino, “nascondi le chiavi anche a rischio di perderle” in modo che La Stronza non le faccia volare chissàdove, “tappa sempre il bicchiere con la mano o simili finché non bevi” per evitare lo spiacevole e stomachevole spettacolo delLa Stronza che ci beve dentro mentre tu cerchi di pranzare.

Ma soprattutto, sto facendo un master in archeologia organica felina.

Si tratta di una pratica molto conosciuta e diffusa tra i proprietari di gatti, costretti quotidianamente a pulire la lettiera dei loro principi di casa. La sabbietta che si compatta è una gran figata, e trovarne i pezzi nascosti può diventare un’impresa. Scovare la pupù poi, è lavoro da professionisti. La bravura sta nell’estrarre il reperto rimuovendo il minor quantitativo di sabbia possibile – con quel che costa! – lasciando comunque il bagno imperiale pulito e profumato.

Ma in fondo in fondo… le voglio bene!

VECIO che storia!!!

Sabato scorso sono stata per la prima volta ad assistere ad una rappresentazione di un gruppo di gggggiovani della mia città facenti parte dell’associazione Le Rune del Lupo.

Questi baldi sbarbatelli (mica tanto!!!) oltre ad organizzare date di ritrovo per gli amanti del gioco di ruolo e in scatola, scrivono, dirigono e interpretano commedie divertenti e davvero spassose!!!

Dunque, dicevo. Sabato scorso ho visto “Tre  matrimoni e un centro commerciale” che a quanto ho capito è una delle loro creazioni più datate, ma anche una delle più osannate e richieste. Ecco, mi sa che quella che ho viso io è stata l’ultima rappresentazione, l’addio alle scene di questa super commedia che mi ha fatto ridere dall’inizio alla fine.

vecio che storia

Ieri sera invece, dopo mille peripezie, sono riuscita ad arrivare quasi puntuale per l’inizio dello spettacolo in quel di Sona, piccolo comune appena fuori Verona. Davano “V.E.C.I.O. che storia”, una piéce infarcita di citazioni cinematografiche e televisive, molto ben studiata e organizzata. Mi ha fatto un po’ meno ridere della precedente ma solo perché il tipo di comicità era diverso, rivolto ad un pubblico che riesce a cogliere i riferimenti e le citazioni – e io non so al 100% conoscitrice del genere. Il titolo (lo dico per chi non è veneto come me e potrebbe non capire l’antifona) fa palesemente riferimento al modo di dire de no altri “vecio, che storia!” , ovvero letteralmente “vecchio, che storia!”. Sarebbe un po’ come dire “figata!” o qualcosa del genere.

Non so se il gruppo ha in programma nuove date per l’anno in corso, dal loro sito parrebbe di no, ma io non dispero… sono fiduciosa di poter tornare presto a teatro per ridere tanto e tanto ancora!!!

Serata di nebbia

Oggi, ancora per pochi minuti, è il 12 dicembre.

Da piccolina aspettavo questa notte con ansia, emozione e trepidazione: era la notte in cui arrivava Santa Lucia. La mamma e il papà avevano istruito molto bene sia me che mio fratello in merito al comportamento da tenere nei giorni precedenti il 13, avremmo dovuto fare i bravi e comportarci bene, altrimenti Santa Lucia non ci avrebbe portato nessun regalo.

Noi due non scrivevamo nessuna lettera ala Santa, al massimo le lasciavamo un bigliettino la sera stessa prima di coricarci, con qualche sommaria indicazione relativa ai nostri desideri. Beh, non venivano mai delusi.

Così, la sera del 12 dicembre, io e Andrea apparecchiavamo la tavola in cucina con latte caldo, biscotti, marmellata, acqua, vino, in modo che quando la Santa fosse arrivata avrebbe potuto ristorarsi. Dato che Santa Lucia è cieca e si fa aiutare da un fidato asinello per trovare la strada che porta alle case dove vivono i bambini, lasciavamo per terra una terrina con dell’insalata e dell’acqua, per l’affaticato ciucchino.

Poi scattava il coprifuoco, dovevamo andare a letto presto perché per nessun motivo avremmo dovuto vedere la Santa arrivare e depositare i giochi: la leggenda voleva che se la si spiava lei avrebbe gettato cenere negli occhi del guardone, accecandolo per sempre. Una nota orrorifica non fa mai male quando si deve tenere a bada i piccini.

Faticavamo ad addormentarci, premevamo la faccia sul cuscino e ci coprivamo il volto con le coperte. La curiosità di sentirla arrivare si contrastava con il terrore di vederla davvero. Avevamo paura di non essere forti abbastanza da resistere a questa tentazione. Solo una volta mi capitò, per l’agitazione, di svegliarmi nel cuore della notte e di vedere le luci della sala accese, avvertendo anche dei rumori. Mi costrinsi a tornare a dormire, la magia doveva rimanere intatta. Credo di aver avuto 10 anni.

La mattina del 13 dicembre la mamma veniva a svegliarci presto, circa alle 6:30, e ci invitava a sbirciare in sala, dove tutto era buio. Accendere le luci e trovarsi davanti giocattoli e dolci, era emozionantissimo. Ogni volta i regali erano azzeccati, tutt’oggi non so spiegarmi come fosse possibile, perché non ero una bambina che chiedeva spesso di poter avere questo o quello, io mi accontentavo di quello che arrivava.

Crescendo è stato inevitabile scoprire il trucco dietro questa magia, ma la mamma l’ha mantenuta in vita preparando ogni anno un piatto di dolci per me, Andrea e papà, e magari accompagnandolo con delle calze, o un maglioncino…

Quest’anno, dopo 25 anni di tradizione, pare che la magia si andrà perdendo nella fitta nebbia che ha invaso la città. Mio fratello è in Nuova Zelanda, e non tornerà che dopo Natale, io sono via da casa per lavoro, e mia mamma preferisce non festeggiare la festa – che è diventata la nostra festa di famiglia – senza tutti i membri presenti.

Ora vi saluto, apro gli scuri della finestra e cercando di intravedere il lumino appeso in groppa all’asinello tenterò di guardare, finalmente, il volto di Santa Lucia

Vous parlez trés vite! – parte 3

In questa terza ed ultima parte dedicata alla mia esperienza parigina, ho deciso di proporre un mini-tour dedicato a coloro che vorrebbero andare a Parigi ma che non hanno molto tempo per visitarla. Il mini-tour è stato collaudato, la cavia è stato il (bentornato) Orso Domestico, in visita alla sottoscritta per un giorno e mezzo. Cercherò di non tralasciare nulla, perché l’organizzazione vince sui minuti contati!

L’O.D. (chiameremo così l’Orso Domestico, per accelerare il ritmo della narrazione) è arrivato a Parigi di lunedì pomeriggio. Una volta atterrato, ha preso un trenino che l’ha portato fino alla Gare du Nord, dove io lo aspettavo già munita di un abbonamento valido per due giorni. Si tratta di un biglietto che, una volta obliterato la prima volta, inizia a contare la giornata, la quale si conclude alle ore 24 del giorno stesso (non è quindi un biglietto di 24h!).

Qui apro una parentesi sui biglietti dei mezzi pubblici parigini: una corsa costa 1,70€, il che significa che se malauguratamente sbagliate fermata e decidete di riprendere la metro ad un’altra fermata ad una distanza dall’obliterazione del biglietto di… chessò… 4 secondi, dovete acquistare un nuovo titolo di viaggio. Ecco perché ho specificato che il biglietto è per una corsa. Io ci sono rimasta malissimo quando l’ho scoperto. Inoltre il biglietto acquistato e obliterato in metropolitana non dà diritto a viaggiare su altri mezzi ad essa collegata, come bus o trenini RER. Dunque, se avete poco tempo da trascorrere in una città grande e dislocata come Parigi, vi conviene muovervi sì con i mezzi pubblici, ma optando per un abbonamento di uno o più giorni (sconsiglio il biglietto da 10 corse che costa €17, fidatevi che in un paio di giorni lo consumate largamente, ed in proporzione è più caro dell’abbonamento che ne costa 20).

Recuperato l’O.D. alla stazione, l’ho caricato in metro e siamo andati dritti all’hotel che avevamo prenotato per l’occasione: una tipica topaia economica perfetta per il nostro stile, economica e comodissima per i mezzi pubblici, nonché aperta 24h/24. Se cercate la struttura online troverete conferme di quanto detto: Hotel Voltaire République.

Per non perdere tempo, gli avevo già preparato un pranzo al sacco, e quindi mentre ancora stava degluttendo l’ho ricaricato in metro e siamo scesi alla fermata Blanche. Una volta fuori, è stato chiarissimo dove ci trovavamo: il Moulin Rouge svettava proprio davanti a noi! Risalendo la Rue Lepic per arrivare al cuore di Montmartre si passa dalla casa dove, dal 1886 al 1888, visse Van Gogh. Poco più avanti si trovano due mulini d’epoca appartenenti a due cabaret: il Moulin Radet e il Moulin de la Galette. Proseguendo sulla strada, siamo quindi giunti al cuore del quartiere, nella piazza più famosa e caratteristica della città, Place du Tertre, brulicante di artisti e di piccoli bistrot. Già da qui fa capolino il bianco travertino del Sacré-Coeur. Questa chiesa merita non solo per la sua imponenza e la sua storia, ma anche per il panorama di cui gode.

Tornati sui nostri passi e lasciato quindi il quartiere degli artisti, siamo risaliti in metro fino a scendere alla fermata Charles de Gaulle-Etoile. Uscendo, ci siamo ritrovati sugli Champs-Elysées, all’inizio dei quali s’impone maestoso l’Arc du Triomphe. Dato che la vista da lassù è considerata una delle migliori di Parigi, io e l’O.D. ci siamo fatti tutti i 284 scalini della scala a chiocciola (che io odio per principio, mi dà le vertigini) e siamo arrivati sulla terrazza panoramica. Da lassù si capisce finalmente la struttura urbanistica della città, suddivisa dalla raggiera di strade che partono proprio dall’Arco. Ormai erano le 19:30, e io avevo ancora un paio di cose in programma. Quindi siamo rientrati in metropolitana per scendere alla fermata Trocadero.

L’O.D. non sapeva dove lo stavo portando, sapeva solo che continuavo a guardare l’orologio. Erano le 19:55. Ce l’avevamo fatta. Appena girato l’angolo del Palais Chaillot la mitica Tour Eiffel svettava davanti ai nostri occhi, snella ma importante, illuminata. Alle 20:00, come allo scoccare di ogni ora, le 20.000 luci su di essa installate hanno iniziato a brillare, rendendo lo spettacolo ancora più mozzafiato. L’O.D. era incantato, emozionato, direi quasi felice.

Dopo aver dedicato ai 290 metri di acciaio l’attenzione che meritano, ci siamo diretti, sempre con la metropolitana, a Cour Saint-Emilion, dove si trova il Bercy Village. La struttura sorge sulle rovine rivalutate di una vecchia casa vinicola, e oggi ospita negozi, ristoranti, spettacoli e mostre d’arte. Un posticino romantico e poco turistico (anzi direi per niente…) dove cenare.

L’indomani mattina ho svegliato l’O.D. di buon ora per portarlo vicino alla Place de la Bastille a fare colazione. Ora lì non esistono più le vecchie carceri, ovviamente, ma il luogo è storico e merita un salto, anche in un mini-tour. Proprio adiacente alla piazza si snoda il quartiere Marais, che purtroppo non ho potuto mostrare all’O.D. per mancanza di tempo.

A pancia piena finalmente siamo tornati in metro (strano eh?) e siamo scesi a Solférino, non distante dal Musée d’Orsay. Questo museo (che io ho visitato e del quale mi sono innamorata) è situato in una ex-stazione ferroviaria, la Gare d’Orsay per l’appunto, e si affaccia sulla Senna. Proprio il fiume era la nostra meta, perché da lì partiva il Bato-Bush “hop on-hop off”, ovvero un battello che effettua 8 fermate lungo la Senna, alle quali si può scendere e visitare i dintorni.

In una giornata abbiamo dunque visitato il Quartiere Latino, con la chiesa di Saint German des Prés, il Pantheon (la cui cupola e annesso pendolo di Foucault saranno in ristrutturazione fino al 2016) e i Jardin du Luxembourg. L’Ile de la Cité, con Notre Dame (c’è molto di più da vedere sull’isola, ma se avete poco tempo sarete costretti a scegliere). L’Hotel de Ville, il Centre Pompidou, i caratteristici Bouquinistes sul LungoSenna, le Piramidi del Louvre e la Piramide inversa del Carrousel du Louvre, Place de la Concorde ed infine… Laduré! Una dolce pausa non fa mai male… a parte al portafogli!

Finito di fare le trottole, ed un po’ stanchi, siamo quindi tornati in metro per scendere ad Alma Marceau. Lì fuori si trova una riproduzione della Fiamma della Libertà (quella della Statua di New York, per intenderci) e, passato il ponte, il Musée Quai Branly di cui già vi avevo parlato. Sul LungoSenna era stata allestita una mostra fotografica open-air, è stato piacevole visitarla mentre ci riavvicinavamo alla bella d’acciaio.

Una volta arrivati sotto la Tour Eiffel, l’O.D. ha esclamato “ci saliamo, vero!?!”, e credetemi che non me lo stava chiedendo. Ho dato una rapida occhiata alla fila per l’ascensore e poi a quella per le scale: naturalmente quest’ultima era liberissima! E allora dai… ci siamo sparati anche questi 700 gradini e siamo giunti al secondo piano. Da lì abbiamo preso il biglietto per l’ascensore fino al terzo piano (le scale sono vietate al pubblico dal II° al III° livello). E’ stato bellissimo, io ci ero già salita durante il giorno un paio di settimane prima, ma di notte l’effetto è magnifico!

Stanchi, entusiasti ed affamati siamo tornati verso République – dove si trovava l’hotel – e lì vicino (più precisamente vicino alla fermata Oberkampf) abbiamo cenato in un Bistrot abbastanza economico, molto buono, con personale stra gentile e affabile… ma coi topini! Eh vabbè, uno mica può voler tutto dalla vita, no?

L’indomani ho riaccompagnato l’O.D. alla stazione dove l’ho salutato prima che tornasse in Italia.

Un mini-tour che si è rivelato un po’ un tour de force devo ammettere, io purtroppo non ho il senso della misura quando cammino, ho il passo molto veloce e mi stanco difficilmente. Però l’O.D. è stato felice, e soprattutto soddisfatto di quel suo giorno e mezzo parigino.

Spero che questa specie di guida possa servire ai posteri, la lascio come mio testamento virtuale perché vi voglio bene.

Au revoir!

Vous parlez trés vite! – parte 2

Lo sapevate che senza andare Oltreoceano è possibile vedere la statua della libertà in versione ridotta e la fiamma della statua della libertà in dimensioni reali? Beh naturalmente sto parlando di riproduzioni, che anziché affacciarsi sull’Hudson sono sulla Senna.

Non è certo la fotografia tipica che uno desidera portarsi a casa di Parigi, ma si può comunque passarci davanti, darci un’occhiata veloce, e poi dirigersi al Musée Quai Branly, la cui facciata è rigogliosa – nel senso che è interamente rivestita da piante! Non è il solito museo d’arte occidentale, anzi lì dentro non la trovate proprio… ospita infatti le arti indigene di Oceania, Africa, Americhe, Asia. Ve lo consiglio! E poi non distante c’è lei, l’acciaiosa Torre Eiffel.

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Vederla dal vivo è stato emozionante, e salirci ancora di più. Naturalmente io, che sono impaziente di natura e quindi odio le code, ho optato per gli scalini, saltando la ressa accalcata per prendere l’ascensore. Opposta alla Torre, sempre nel Campo Marzo, si trova il muro della pace, del quale non ho foto sul computer quindi non posso postarvi nulla di originale, ma rubo da internet per voi:

muro della pace

Sono rimasta a contemplare questi 290 metri di magia fino a sera, per vederla illuminarsi grazie alle 20.000 lampadine su di essa installate.

Ma in tutto questo vagabondare, alle persone normali, scappa. So che non è né carino né igienico parlare di bisogni sul blog, ma credo sia importante sapere che esistono i bagni pubblici, che sono gratuiti, e che sono anche divertenti, perché ti parlano tutto il tempo per spiegarti le istruzioni del bagno (interamente automatico), mentre tu ti aspetti da un momento all’altro che ti spieghino anche come sbottonarti i pantaloni!

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La vita di Parigi è molto intensa, vivace e caotica. Per una come me, che viene da una piccola città, staccare dal casino può diventare necessario per salvaguardare mente e portafogli! La prima gita fuori porta che mi sono concessa mi ha portata a Giverny, dove ha vissuto Claude Monet e dove è ancora possibile vedere il bellissimo Giardino Giapponese con le ninfee che hanno ispirato molti dei suoi dipinti.

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Se non si ha il tempo di prendere il treno e partire, si può optare per uno dei numerosi giardini di Parigi, come i Jardin du Luxembourg o Jardin de Plantes, immensi e curati. Un’altra alternativa per coniugare relax e turismo è sicuramente il Marché aux Fleurs che si trova sull’Ile de la Cité. Questo mercato la mattina dei fine settimana è invaso da gabbie di uccellini e roditori di ogni genere (dal gallo al cocorito, dal furetto al topolino), mentre negli altri giorni si trovano soltanto piante, tutte curate ed esposte con grazia ed armonia, come se fossero in vetrina.

Sempre sull’Ile de la Cité si trova il Palazzo di Giustizia, all’interno del quale sono locate Sainte-Chapelle e Consiergerie – queste ultime erano le antiche carceri della città. Non distante troverete la strafamosa Notre Dame! Mi ha un po’ delusa devo dire, me l’aspettavo più bella e luminosa.

Alla Sainte-Chapelle invece… quasi perdevo le staffe! Era scritto che i giovani europei fino ai 25 anni potevano entrare gratis, ed io rientro nella categoria. Mi avvicino alla casa e mostro la fotocopia della carta d’identità, che avevo sempre usato fino a quel giorno per avere le riduzioni (infatti in quasi tutti i musei sono entrata gratis o ad un prezzo ridotto). La signora della cassa mi guarda e, armata di lente d’ingrandimento, spulcia ogni angolo della fotocopia del documento prima di dirmi “della fotocopia non me ne faccio nulla!”. Al che, un po’ stizzita, le porgo il libretto universitario (originale), sul quale è riportata la stessa foto della carta d’identità nonché i miei dati personali. Sempre con fare sherlockholmesco esamina il libretto per poi esclamare “beh, e che dovrei farmene io di una foto?”… il mio livello di autocontrollo si stava lentamente esaurendo. Porgo infine alla signora il codice fiscale, nel quale sono riportati ANCORA UNA VOLTA i miei dati personali: stesso procedimento, il documento viene esaminato certosinamente prima di ottenere la risposta “spiacente, che me ne faccio di un documento senza foto?”. La signora quel giorno voleva chiaramente morire tra enormi atrocità inferte dalla sottoscritta.

Furente e incavolata, mi sono data allo shopping!

Continua…

Vous parlez trés vite! – parte 1

Non riesco ancora a decretare quale sia stato il più buono che ho assaggiato, ma credo che quello al limone sia in cima alla classifica. Coloratissimi e golosissimi, questi maledetti Macarons costavano davvero una fortuna in quel di Parigi! Alla faccia del “dai, mi faccio un regalino, vado da Laduré…”! Una volta mi è bastata. Solo dopo due settimane, per caso ho scovato una bancarella a Montmartre che per meno della metà me ne dava di altrettanto colorati e gustosi e allora sono stata felice.

Sono arrivata nella Ville Lumière il 6 ottobre, dopo un viaggio rocambolesco che ha visto anche lo squartamento della ruota dell’auto con la quale stavo andando all’aeroporto di Orio al Serio accompagnata da mio fratello, e senza avere la ruota di scorta appresso.  Rischiavo di perdere l’aereo se mio padre non fosse venuto a recuperarmi e a portarmi di fretta alla meta, dove ho fatto controllo di sicurezza e imbarco in tempo record!

Una volta arrivata a destinazione, il mio alloggio era presso una giovane coppia originaria di Nantes che da 7 anni vive a Parigi; Aude lavora in banca e ha una passione spasmodica per la zumba e per la cucina, Raphael è un ingegnere di nonhobencapitocosa che viaggia molto per lavoro e che sia per aspetto che per modi di fare mi ricordava tantissimo Marshall di “How i met your mother”.

Fin dal primo giorno mi sono fatta conoscere come “colei che cammina un sacco”, battendo a piedi ogni zona della grande metropoli servendomi per i lunghi spostamenti della metropolitana. L’abbonamento settimanale mi ha salvata, anche se la fototessera che ho dovuto fare per la carta magnetica (pass Navigo) ha annientato la mia autostima.

Ma per quale motivo sono andata a Parigi, e perché ci sono rimasta tre settimane? La spiegazione è semplice: studio della lingua. Mi sono iscritta ad un corso intensivo presso una scuola locale (Accord) e dalle 9 alle 13 la mia giornata era impegnata sui banchi. Di pomeriggio invece, mi davo al turismo sfrenato.

Con l’ausilio della guida Lonely Planet ho organizzato le visite suddividendole per quartieri, proverò a raccontarvi cosa ho fatto…

Ho cominciato dal quartiere Marais, delizioso e vivace, che ospita Place de Vosges dove si trova un bellissimo giardino, il Musée Carnavalet – ovvero il museo che ripercorre la storia di Parigi dal medioevo fino ai primi del ‘900, attraverso le numerose stanze dalle pareti variopinte di quello che una volta era un palazzo nobiliare – la Maison de Victor Hugo. Da qui si può arrivare senza troppi problemi al Village Saint-Paul, una specie di mercato dislocato tra cortili, palazzi, giardini… Un gioiellino che non mi sarei aspettata di scoprire con tanto stupore.

Maison de Victor Hugo

Maison de Victor Hugo

Successivamente, partendo da Place de La Concorde (teatro di numerosi ghigliottinamenti nel periodo del terrore) ho raggiunto i Jardin de Teuilleries all’inizio dei quali, ubicato in una ex-serra, si trova il Musée de L’Orangerie. Qui è possibile rilassarsi e commuoversi nelle due stanze contententi le ninfee di Monet, che l’artista stesso ha donato alla città proprio per concedere ai suoi abitanti momenti di quiete, relax ed inner peace. Proseguendo nei giardini si arriva al Palais Royale, che ospita il Museo del Louvre, che immagino tutti conosciate. Ho anche avuto l’onore di vedere quella gran bruttezza della Monna Lisa – perché, diciamo la verità , non è davvero il quadro più bello di Leonardo, sebbene inspiegabilmente smuova le masse…

gioconda

Louvre pyramides

Non distante da questo po’po’ di regalità c’è il Forum Les Halles, che visto da fuori non è altro che un enorme cantiere, ma se si scendono le scale mobili si scopre che in realtà è un mega centro commerciale, dove potersi dare al pazzo shopping nei negozi più disparati – scordatevi Louis Vuitton e Cartier, quelli sono da un’altra parte!

Continuando il giro, ho poi deciso di recarmi all’Arco di Trionfo, imponente e maestoso, non me lo aspettavo così mastodontico! E’ anche possibile salire sulla sua terrazza, ma quando sono arrivata era in corso la cerimonia dell’accensione della fiamma per il Milite Ignoto, e gli accessi erano chiusi. Ho quindi optato per una passeggiata luuuunga luuuuuunghissima sugli Champs Elysées, guardando le vetrine dei negozi di lusso (devo essere sincera, non me ne fregava granché, ma non c’era alternativa) fino ad arrivare al Grand Palais, il palazzo con il tetto di vetro. Non distante si trova anche il Petit Palais, che è un museo d’arte moderna. Continuando sui Campi Elisi si arriva a Place de la Concorde, dove già ero stata. Da lì alle Galeries Lafayette non ci vuole molto, quindi farci un salto è quasi obbligatorio 🙂 . Se lo shopping non è la vostra passione, in questi grandi magazzini potete ammirare la cupola.

Come anticipato, per i lunghi spostamenti utilizzavo la metropolitana, questo mezzo oltre ad essere comodo e veloce, e anche piacevole grazie ai numerosi artisti che regolarmente si esibiscono tra corridoi e interno dei treni, non mancano poi i mendicanti, tutti con una storia da raccontare, alcune davvero spassose e recitate in rima o cantate.

Con questa immagine pittoresca ed underground chiudo il primo capitolo… a presto!

Tapas? Vamonos!

Ed eccomi tornata nel Bel Paese, dopo un mese di assenza.

Dove sono stata? Beh per cominciare ho fatto una vacanza di una settimana con quattro amiche (ci sono stati momenti di tensione, soprattutto perché tutte noi, ma proprio tutte, siamo state vittime di quei fatidici giorni…). Il viaggio ci ha portate prima a Barcelona…

Hospital de la Santa Creu

Hospital de la Santa Creu

…e poi a Valencia. Nella prima città ero già stata qualche anno fa, ma devo dire che questa volta, in meno giorni a disposizione, ho visto molte più cose. Mi sono perdutamente innamorata del Parc de la Ciutadella, ma tra le cose di cui sicuramente mi ricorderò finché campo è l’aroma di spezie che proveniva dall’appartamento accanto al nostro: senza usufruirne, potevamo tranquillamente diventare davvero davvero high.

Valencia invece è stata una scoperta, un gioiellino di architettura antica e contemporanea, la patria di Calatrava che ci ha accolte con quasi 40° – e siamo quindi andate anche al mare!

Valencia

Giochi nell’area dei Ponti

A Valencia quello che più mi ha colpito è l’area dei Ponti, ovvero la zona dove una volta scorreva un fiume, che è stata riqualificata e trasformata di un enorme parco, che appunto si estende al di sotto dei numerosi ponti della città. Il parco si conclude con l’arrivo nella supermegaffasciante Ciudad de las Artes y las Ciencias.

Edifici de la Ciudad de las Artes y las Ciencias

Edifici de la Ciudad de las Artes y las Ciencias

Un’esperienza fantastica, che ci ha anche fatto scoprire la differenza tra Tapas e Pinchos! Noi credevamo che le tapas fossero quei bocconcini invitanti composti da una fetta di pane e leccornie… immaginatevi la nostra faccia sconcertata quando in ben due posti diversi ci hanno portato le vere tapas! Solo a quel punto abbiamo consultato l’amica wiki per scoprire che quelle che noi credevamo si chiamassero tapas erano in realtà dei pinchos. E dopo aver scritto tapas così tante volte mi è venuta fame. Tapas.

Dunque, dopo una settimana di intenso girovagabondaggio per la Catalunya, sono tornata a casa, dove sono rimasta per ben UNGIORNOEMEZZO prima di ripartire. Direzione?

Paris!

Ma questa è un’altra storia…