Io, la mano e i kili

Innanzitutto, permettetemi di fare l’italiana media lamentandomi del caldo. Vi sto scrivendo dal mio letto singolo con un cuscino dietro la schiena, uno sulle gambe sul quale è poggiato il pc, una cagnolina alla mia destra. Frida mi vuole bene e non ama il masochismo motivo per cui è spaparanzata sotto al letto. GRAZIE FRIFRI!

La serata di ieri era afosa, lunga e interminabile. Violetta Valery non voleva saperne di morire e Alfredo gliene ha cantate di ogni sperando di farla dipartire prima che tutti ma proprio tutti schiattassero dal caldo. Tanti spettatori si sono sentiti male, alcuni li abbiamo persino visti vagare nei pressi dei bagni esterni in mutande pallidi e in preda a crisi di vomito. Questo sì che è uno spettacolo!!!

Fortunatamente la mia collega è riuscita a distrarmi da questa visione apocalittica dei turisti crucchi proponendomi di leggermi la mano. Anzi, in verità sono stata io che l’ho tampinata affinché lo facesse, e alla fine ha ceduto.

Avrò una storia d’amore importante che potrebbe sfociare in un matrimonio, ma dovrò stare attenta al mio partner nei momenti di crisi perché lui/lei potrebbe andare a cercare attenzioni altrove. Avrò 2/3 figli, e nell’arco della mia vita farò molti lavori diversi – ovvero, sarò precaria a vita YUPPI! La mia salute non sarà delle migliori e mi ha consigliato, sempre guardando le spiegazzature del mio palmo sinistro, di fare delle analisi. Bene. Grazie. Come se non fossi consapevole da anni di essere un catorcio ambulante che se fosse nato nel ‘500 sarebbe morto in età infantile grazie al principio della selezione naturale della specie.

Dopo aver ricevuto così tante belle notizie ed aver realizzato che la visione dei crucchi/zombie non era poi così male, la serata poteva dirsi conclusa. Persino quella baldracca della Violetta si era decisa a tirare le cuoia.

Ma torniamo a me. Stamattina mentre ero a spasso con Matilde – non la mia amica, ma una bull terrier miniature dolcissssssima – mi sono imbattuta nel mercato rionale dove ho visto in vendita dei reggiseni a 2€. Dato che ne possiedo 3 di numero di cui 2 e mezzo sono ormai a passi, ho deciso di comprarne un po’, fare la cosìddetta scorta. Di solito compro la taglia II, ma ultimamente i kili mi abbandonano specialmente nella parte superiore del mio corpo (sono disperata), quindi ho comprato delle taglie I. Poco fa, a casa e in tutta calma, li ho provati. ORRORE!!! La coppa mi va grande!!!

AIUTOCACCHIOCHEDEVOFAREPERSALVAREQUELPOCODISENOCHEMIèRIMASTO?!?

Sono abbacchiata. E anche un po’ ferita nell’orgoglio nonché nell’autostima.

Dai cavoli, il mio partner mi tradirà alla prima crisi di coppia, avrò problemi di salute finché camperò, sarò precaria ad oltranza, non ho un ventilatore in camera né l’aria condizionata in casa (questo l’ho aggiunto adesso per aumentare il pathos), e il mio seno è sempre più piccolo!

L’unica cosa che ora può aiutarmi è il barattolo da 500gr di Nutella. Adios!

Cronaca di un giorno qualunque

Dopo una nottata finita in ore piccole, I. era stata svegliata all’alba dalla Figlia di Satana alias Il Labrador Nero alias Babù con dei sonori versi emessi vicino all’orecchio ed accompagnati dal presente di una scarpa tenuta tra le fauci della bestia e leggiadramente sventolata sulla faccia della dormiente.

Trattenuti a fatica gli istinti omicidi verso la cagna e facendo prevalere l’amore per questa bambinona pelosa a quattrozampe, I. aveva aperto a Babù e a Frida (l’altra pelosa, ma figlia di un demone minore) la porta che dava sul cortile, lasciandole scivolare all’esterno dove le due si lanciarono in folli correrse, giocate, pisciate e quant’altro che si intuisce anche se non lo scrivo. Avrebbe potuto tornare a letto a riposare ancora un po’, ma I. preferì mettere sul fuoco la moka per il caffè, riempire la brocca di quell’acqua fresca e limpida che solo sui monti si può trovare, spacchettare due muffin e apparecchiare il tavolino in metallo rosso sulla terrazza, dove i primi tiepidi raggi di sole illuminavano il panorama boschivo.

Nel frattempo anche l’amica a due gambe E. si era destata, il caffè era ormai pronto da versare, e la colazione in compagnia non poteva essere più piacevole.

Nella tarda mattinata, dopo aver chiacchierato allegramente, giocato con le quadrupedi e preparato una borsa contente acqua, birra, una bella insalatona mista, dei nuggets e del budino, le due ragazze si erano dirette verso un’altura poco distante. Posati a terra gli asciugamani avevano pranzato immerse nel verde, con i campanacci di pecore e mucche come unico sottofondo.

Novezza

 

I. fece il carico di natura e calma prima di salire in auto e tornare in città, dove era stata convocata a lavorare quella sera stessa. Diede un bacio a tutte le sue amiche, che avrebbe rivisto solo a notte fonda, salì in auto e partì.

Erano passati dieci anni dall’ultima volta che aveva assistito ad un concerto di Sir Paul, e questa volta poteva parteciparvi come lavoratrice. Un ruolo che le imponeva compostezza e serietà, ma che non le impediva certo di ascoltare e canticchiare! Alle ventitré il suo compito di maschera era concluso, ma dopo aver chiesto il consenso del capo decise di rimanere nell’anfiteatro a godersi lo spettacolo – stavolta senza porsi limiti nello scatenarsi a ballare e urlare a squarciagola ogni singola nota delle canzoni senza tempo del Macca e dei Beatles.

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Lo so, questa foto fa schifo. Ma è l’unica che ho quindi accontentatevi.

Alle una di notte I. si rimise in auto e cercando in ogni modo di combattere il sonno e la stanchezza – e per ogni modo intendo anche cantare sguaiatamente gli 883 che passavano in quel momento per radio – ripercorse tutta la strada dalla città alla montagna, facendo ben attenzione a non investire qualche animale notturno, ché sarebbe stato un vero peccato. Alle due finalmente raggiunse la casa dove le sue amiche E., Babù e Frida l’aspettavano assonate e un po’ rincoglionite oltre che contente di rivederla. Anche I. era contenta di essere tornata, era contenta della giornata intensa trascorsa in armonia ed era contenta di quel giorno qualunque.

Un giorno perfetto.

Luca Bissoli, momento di “A Solo” fotografico

Con l’avanzamento della tecnologia e del progresso, pian piano spariscono i piccoli momenti individuali che dovrebbero essere sacri ad ognuno di noi. Viviamo nella fretta di produrre, di comprare, di scalare la piramide del successo, desideriamo tutto e subito. Sfortunatamente la fotografia non è esente da questo contagio. Si stima che in una vacanza di tre giorni vengano scattate circa 200 fotografie: c’è da chiedersi se siano davvero tutte speciali.

Per Luca Bissoli, questa visione è inconcepibile. I suoi ritratti, scattati rigorosamente in analogico bianco e nero e stampati da lui personalmente su gelatina d’argento nell’amata camera oscura, contengono oltre al soggetto tutta l’intimità che accompagna il momento, la fiducia reciproca e necessaria al fine di una resa convincente.

A Solo è il volume contente le fotografie che ritraggono i maestri d’orchestra dell’Arena di Verona, di cui Luca Bissoli stesso fa parte come contrabassista. La musica è emozione, non deve essere spiegata né capita, ma solo amata per quella che è, senza troppe filosofie; è sorella della fotografia. “Non è sufficiente godere della bellezza di un giardino? Che bisogno c’è di credere che nasconda delle fate?”

Il titolo del libro rispecchia un pensiero che Bissoli ha ben chiaro nella mente – espresso in parole nella parte testuale del volume curata da Lorenza Roverato – e che è il motore del suo lavoro, ovvero una riflessione profonda sull’unicità dell’individuo. Benché parte di un nucleo fin dalla nascita, l’uomo nell’arco della sua esistenza avrà sempre almeno un momento di “a solo”, termine usato per indicare una breve sezione solistica presente in un brano, eseguita da un unico suonatore.

Il risultato è una raccolta silenziosa ma al contempo impregnata della volontà dell’artista, il quale non accetta compromessi o richieste per l’esecuzione del suo lavoro. E’ lui che sceglie i soggetti, lui che detta i tempi, lui che deve trovare l’armonia giusta con la persona da ritrarre al fine di produrre uno scatto davvero autentico, che porti la sua firma inconfondibile.

Lo spazio che ha ospitato la creazione di questi scatti, e che accoglie anche alcune stampe finite, è il Teatro Filarmonico, luogo solenne con luce e silenzio speciali; Luca arriva già con un’idea piuttosto chiara del risultato che vuole ottenere, prepara dei bozzetti e poi via, inizia la sua ora di magia in 1/8, tempo di posa dell’obiettivo fotografico ma anche valore musicale di un a solo.

La citazione: “nessun contrabbassista è vissuto più a lungo del suo contrabbasso” incontra pienamente lo spirito del maestro Bissoli, che con questa visione eterna e immortale della musica ha iniziato un nuovo progetto fotografico che vedrà come protagonisti i soli strumenti musicali, un omaggio alla fotografia e alla musica, muse e rappresentanti dell’arte.

Andrea Leasi

Andrea Leasi

Emanuele Breda

Emanuele Breda

Rosanna Rossignoli

Rosanna Rossignoli

Nicolai Thistakoff

Nicolai Thistakoff

p.s.: questo articolo, insieme a molti altri inerenti alla fotografia, potete leggerlo sul blog del fotografo Maurizio Marcato.