La grande Bellezza dei luoghi comuni

I miei due amici Jessica e Michael in dicembre mi suggerirono, in presenza del mio amico Thiago in visita dal Brasile, di guardare “La grande Bellezza”, che a loro avviso era uno dei migliori film dell’anno.

Non sono riuscita a farlo vedere a Thiago e chissà quanto deve avermi odiata quando, pochi giorni fa, il film in questione ha addirittura preso un oscar.

Io quel film poi l’ho guardato. E sono letteralmente rimasta senza parole.

Una carrellata di luoghi comuni vengono presentati sequenza dopo sequenza e io incuriosita mi domandavo quando avrei capito il senso di queste lunghissime interminabilissime banalità.

Passi la questione femminile, con personaggi ridicolizzati fino al punto di sfoderare l’ormai banale cliché della bella donna che ha fatto carriera solo perché si faceva il capo del partito – poi divenuto naturalmente suo marito.

Passi la Ferillona nazionale, ormai passata alla vita sedentaria su divani di alta qualità che nel film interpreta, tanto per cambiare, la verace coatta ignorantotta che riesce a catturare l’animo più intimo del protagonista – per poi ovviamente morire di una rara malattia.

Passi la capa nana del Gep, che ha scalato la piramide sociale perché sicuramente piena di doti e capacità, dato il suo evidente scompenso fisico (ma per piacereeeeeeeeee….).

Passi la scena dell’artista intellettualoide che non è in grado di rispondere alle domande di un giornalista esperto e scafato – probabilmente proprio in quanto uomo – e che ha una crisi di nervi quando viene messa alle strette. P a t e t i c a.

Passi il personaggio del cardinale interessato più ai piaceri della gola che alle questioni sociali. In totale antitesi con la vecchia suora decrepita che apre bocca solo per emettere suoni agghiaccianti e per ipnotizzare uccelli. Mah.

Passi il figlio gravemente depresso della signorotta borghese che per quanto preoccupata non rinuncia alle serate mondane. Passi anche la totale noncuranza di Gep nei confronti della questione.

Passi la scena del botox, somministrato indistintamente  a ricconi e clerici in un luogo che si adatterebbe perfettamente ad una pellicola alla “Eyes wide shut”.

Passi tutto, il clima macabro e inquietante che aleggia per tutto il film, i dialoghi spesso paccosi e noiosi, le scene lunghissime di balli di gruppo con immagini del devasto post-party. Se questa è la formula vincente per riportare la statuetta in Italia, ben venga.

A me, comunque, il film di Sorrentino non è piaciuto per niente.

(scusami TADS)

Aida e la Fura dels Baus

Ieri sera in quel dell’Arena si è tenuta LAPRIMA. Come sempre ad aprire il cartellone c’è l’opera più famosa e amata – dagli altri, perché a me non fa impazzire. Quest’anno la scenografia è stata affidata ad una compagnia spagnola chiamata come da titolo Fura dels Baus.

Io ho avuto il piacere esaltantissimo di vedere lo spettacolo durante le prove e voi non avete idea della fatica che ho fatto per trattenermi dallo scrivervi per sbandierarvi tutto!!! Anche se non siete amanti dell’opera, questo spettacolo dovete vederlo!

Vi basti sapere che sulla pagina facebook della Fondazione Arena ci sono stati solo insulti e che in generale le prime impressioni a caldo sono state disastrose: un ottimo biglietto da visita, considerando il fatto che negli ultimi anni l’italiano medio è andato via via sempre più deculturalizzandosi privandosi del piacere di assaporare l’arte per quella che è, lasciando svanire in lui la luminescenza negli occhi nel vedere una creazione nuova, totalmente innovativa e spiazzante che richiede logica e ragionamento per essere apprezzata.

Come hanno detto i registi, “Quello che ci interessa è l’Egitto millenario, perché apporta la base per un salto unificatore tra il passato remoto e il futuro. Il nostro scopo è raggiungere una sintesi corretta tra la cultura, la spettacolarità e l’avanguardia”.

Capito gente? AVANGUARDIA! Non riesco davvero a capire tutti i commenti negativi dati sullo spettacolo basando le critiche su un mero fatto di ambientazione scenografica. Non è forse vero che Verdi non scrisse un’altra sua opera, Nabucco, come parallelismo per raccontare il malcontento che dilagava nel nord Italia in quel periodo? Non ha forse adattato fatti a lui contemporanei ad una storia antica di millenni? E se proponessero un Nabucco ambientato scenograficamente nell’800, che cosa ci sarebbe EFFETTIVAMENTE di sbagliato? Il patriottismo insito nell’opera non potrebbe mutare.

Forse quest’ultimo concetto l’ho espresso male, ma mia madre dice che finalmente ha capito che cosa volevo dire e quindi immagino di aver scritto un papiro contorto e senza senso, ma credo che il nocciolo l’abbiate colto: se vi piace l’arte e non avete paura di emozionarvi, andate a vedere questa Aida.

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