Io me sarei un pochino rotta er c….

Da tre anni e mezzo mooooolto altalenanti sto con uno.

Ma adesso, come da titolo, mi sono vagamente rotta er c… . Perché?

Dovete sapere che in tre anni e mezzo di relazione non abbiamo mai passato un compleanno, un halloween, un natale, un capodanno, un’epifania, una pasqua, una pasquetta, un ferragosto, insomma una festa a caso tra quelle comandate dal calendario INSIEME. Beh naturalmente lui ha motivazioni molto nobili, in quanto lavora nella ristorazione e lì si sa, non esistono né weekend né festività.

A parte una parentesi di circa 9 mesi durante la quale lui è rimasto disoccupato. A quel punto, penserete, finalmente abbiamo recuperato… e invece no! No, lui si è dato alla macchia, mi ha totalmente tagliata fuori da ogni possibile occasione di stare insieme, ma anzi ha condiviso i weekend e le festività con chi, a parer suo, era davvero meritevole della sua compagnia… e ovviamente non ero io!

Ma adesso che è tornato a lavorare pare aver ritrovato anche l’interesse per me, o per meglio dire… l’interesse per il lasciarmi perennemente sola.

Anche quest’anno quindi la tradizione si rinnova, ma con una piccola postilla: il giorno della Befana lui lavora solo la mattina, quindi la sera siamo liberi (finalmente!) di andare insieme a vedere la tipica “Vecia che Brusa”!!!

Ecco che quindi ieri sera, tutta felice – anche perché ho chiamato degli amici per stare tutti insieme e finalmente non essere più quella senza accompagnatore che fa il moccolo a tutti gli altri – ripasso il programma di oggi, tanta è l’emozione di poter finalmente dare un calcio alla brutta consuetudine che fin’ora ha caratterizzato il nostro rapporto.

“Ah, ma io domani lavoro da mezzogiorno fino a chiusura!”… ecco la frase che mai e poi MAI avrei voluto sentire.

COOOOSAAAA??????? Quando l’hai deciso???? E quando pensavi di dirmelo???

“Eh sì, mi sono cambiato di turno col mio collega… ma pensavo di avertelo detto…”

Sinceramente, mo’ me sono rotta er cazzo!!!

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Sboccia l’ammore

La mia piccola Frida è in fase accoppiamento. Dopo tre anni di attesa finalmente è giunto il momento di farle fare la degna cucciolata. Il principe azzurro si chiama Hiro, è un border collie da lavoro come la mia pelosa, se nasceranno i quadrupedini saranno degli ottimi cani da pastore e – se proprio non si vuole lavorare con le pecorelle – da agility!

Sono un po’ agitata, è la prima volta che lascio la mia piccina così distante per qualche giorno… vedremo se l’accoppiamento porterà ad una gravidanza! E quando nasceranno i piccolini inizieranno due mesi moooolto intensi!

Qualcuno di voi lettori ha già provato l’esperienza di crescere ed accudire una cucciolata? Raccontatemi! 🙂

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Nella foto 1 e 3 Frida è quella a sinistra, nella foto 2 è a destra!

Che sintomi ha la professionalità?

Carissimi lettori, quanto segue è una sòla pazzesca.

Sono una ragazza giovane, una studentessa, e per molti aspetti mi ritengo una neofita nel mondo del lavoro. D’altronde, finché in mano non avrò quel piccolo pezzo di carta chiamato scottex laurea, c’è poco da fare: bisogna sapersi accontentare. E’ curioso però, vedere le mie compagne delle superiori che lavorano da diversi anni (da quando hanno finito la scuola) in aziende che mi hanno sempre scartata perché “priva di laurea o esperienza”. Ci resto male, ovviamente, ma penso che se certe strade mi vengono chiuse in partenza, forse è perché la mia strada è un’altra.

E così, a 24 anni suonati, mi sento un pochino persa. La laurea (triennale) fatica ad arrivare, complice un inizio tardivo (22 anni) e un percorso lavorativo che da anni ho deciso di affiancare a quello formativo, lasciando talvolta che prendesse il sopravvento. Oggi, a 24 anni suonati, posso mettere sul mio curriculum lavorativo delle esperienze interessanti, svolte in concomitanza con uno studio – ahimè, non sempre – regolare, alternate al contempo con quelli che io chiamo “lavoretti” ma che hanno per me un’elevatissima importanza a livello personale: le ripetizioni private e il dog sitting.

Il primo mi piace come lavoro extra, l’indole della maestrinasòtuttoio e la voglia di insegnare sono profondamente radicati in me. Una specie di sequoia.

Il secondo è nato da una passione, dallo studio del cane a livello storico, morfologico, caratteriale, strutturale. Non è che in realtà io ne sappia granché – in realtà invece sì – , di sicuro di più di chi differenzia i bubu tra cane piccolo e cane grosso – che morde o rompe abbaiando. Sono già un paio d’anni che esercito come dog sitter, non sempre è facile, ma di certo è divertente!!

Quando si diventa, seppur in piccolo, manager di sè stessi, è inevitabile arrivare ad un punto nel quale devi smettere di considerarti un servo e iniziare a dettare tu le regole, prendere in mano la situazione. Non si può soventemente applicare la filosofia de “il cliente ha sempre ragione”: perché mai? Fare la dog sitter non significa lavorare con le persone, ma con gli animali. Se loro tornano dalla passeggiata rilassati, stanchi morti e affamati, che cosa potrà esserci di meglio del loro giudizio tangibile? Sono trasparenti, limpidi, si fanno capire al volo. Non lo puoi fregare il cane come fai con un bambino promettendogli giochi o dolciumi – almeno non sempre – invece sì, sempre.

Ma qui arriva il bello, nonché la conclusione: che sintomi ha la professionalità? Fino a che punto è giusto assecondare il cliente? Se io mi ritengo una professionista e agisco con coscienza e testa, perché dovrei accettare attacchi alla mia professionalità e buona fede da un cliente perennemente insoddisfatto, rinunciando invece al cliente più equilibrato?

Quando il lavoro è una truffa

Quest’inverno a “Le Iene” ho visto un super servizio su quei lavori schifidi e infidi che consistono nell’andare a rompere alla gente, in casa loro, al fine di vendere contratti per qualche megazienda nazionale o internazionale. Nel dettaglio, parlavano di contratti truffaldini che – mi sembra – erano stati commissionati dalla ditta Enel ad un’ageniza mandataria minore, incaricata di promuovere tariffe e offerte espandendo il bacino d’utenza.

Prima di allora, purtroppo, avevo già conosciuto questo tipo di lavoro.

Ma perché parlarne adesso? Perché tarmare le menti che bramano solo le ferie estive con questi argomenti scottanti?

Perché, di recentissimo, è accaduto il fatto increscioso alla mia amica M. Ora brevemente ma – spero – in modo incisivo vi racconto la mia esperienza.

Circa un paio di anni fa mi trovavo senza lavoro, e ho deciso di cercare offerte su internet. Mi sono imbattuta in un annuncio che pressapoco recitava così:

Azienda di pubblicità ed organizzazione eventi a Ghostolandia ricerca, per apertura nuova filiale in loco, 8 figure per le mansioni di magazziniere, segretaria, organizzazione eventi, customer care. Si richiede disponibilità immediata.

Ottimo, è quello che fa per me! E immediatamente chiamo il numero indicato nell’annuncio per fissare un colloquio. “Domani alle 13:00 qui in Chiappolandia“, mi dicono.

Il giorno dopo, tutta carina e bendisposta, entro nell’edificio e la prima cosa che mi balza all’orecchio sono urla e canti di incitamento. Ricordavano un po’ i bans degli scout, per intenderci. Non ci do peso e mi accomodo in sala d’attesa. Dopo circa mezz’ora vengo chiamata e, saliti 2 piani di scale, vengo accolta da La Bionda sulla trentina vestita elegantemente a caso. Può sembrare un’inezia, ma io a queste cose faccio molto ma molto caso.

La Bionda mi spiega che l’azienda, con sede principale a Torino, ha deciso – dato il suo ennnnorme successo – di aprire filiali in tutta Italia e che, le ultime città che mancavano da conquistare, erano Milano e Ghostolandia (Verona, per chi ancora non lo sapesse). Mi spiega che hanno bisogno di personale altamente motivato e predisposto al contatto con il pubblico, che possibilmente conosca almeno una lingua straniera, e che abbia un’ottima predisposizione al lavoro in team. Mi spiega che, se sono interessata, mi faranno fare un giorno di prova – l’indomani, per inciso – durante il quale sarò affiancata per tutto il tempo da un dipendente qualificato e che, a fine giornata, sarò sottoposta ad un test per valutare se sono stata attenta e se sono idonea a questo tipo di lavoro. Accetto. “Benissimo, sono davvero felice” – dice La Bionda – “Mi raccomando, fai molte domande e dimostra di essere interessata e partecipativa, perché ne terremo conto al fine dell’assunzione.”

Dopo avermi raccomandato abito elegante per il giorno dopo, mi liquida.

E così, alle 08:30 del mattino seguente, mi ritrovo a Chiappolandia vestita di tutto punto, pronta ad iniziare la mia giornata di prova. Mi viene presentato il tutor che mi seguirà dopodiché… mi fanno uscire dall’edificio!

“Ma dove andiamo?”, chiedo perplessa. “Ah, proprio qui, dietro l’angolo”. Mah, vabbè. Poco dopo scopro che Dietrol’angolo in realtà è una fermata del bus e che quel bus, scopro una volta salita a bordo e obliterato un biglietto che fortunatamente avevo con me, mi porterà allegramente a Chissàdove! Già, non mi viene spiegato dove andremo, e io sono perplessa riguardo al tipo di lavoro che mi faranno a fare. Dopo aver cambiato due mezzi pubblici diversi, ed essere in viaggio da un’ora, la vocina di mio padre inizia a rimbalzarmi nel cervello

Poooorta a poooorta! Poooooooorta a poooooooorta!

Decido di ignorare il grillo parlante che mi invita a squagliarmela il prima possibile e di cercare comunque di essere positiva.

Finalmente arriviamo a destinazione: dall’altra parte di Ghostolandia, ad Accidentolandia. Qui inizia l’esperienza più imbarazzante della mia vita lavorativa.

Il mio tutor, un ragazzotto pompato con l’accento milanèse vestito con una camicia dal colletto decisamente stretto (infatti il primo bottone non si chiudeva), una cravatta stropicciata mesa su alla meno peggio, pantalone gessato e giacca nera lucida – per non parlare delle scarpe pseudo eleganti straconsumate sulla punta e sul tacco – inizia subito a suonare citofoni e, drìn drìn dopo drìn drìn, entra – con me al seguito – in casa di non so nemmeno io quante persone per convincerle a firmare contratti per passare al gestore telefonico Teletu. Il ragazotto preferisce suonare ai campanelli dove compaiono nomi stranieri “Perché gli stranieri firmerebbero qualsiasi cosa pur di risparmiare, e poi dalla nostra c’è che non capiscono bene quello che dici e quindi un po’ li intorti come ti pare”. Ah, ecco. Mi sembrava che alla fine questo fosse un Porta a Porta. “No vedi, questo lavoro non è un porta a porta, infatti noi lavoriamo per aziende esterne che ci pagano per ogni loro contratto che facciamo firmare”. Mh, sì: quale definizione di Porta a Porta hai saltato di leggere quando facevi le elementari? Mah.

Figuraccia dopo figuraccia, ma senza alcun contratto firmato in mano – perché, al contrario di quanto pensava, gli stranieri sono furbi e sanno da chi devono guardarsi – arriva persino a fingere di lavorare per Infostrada pur di convincere un salumiere che non voleva cambiare contratto telefonico. Una volta scoperta la bufala, e dopo la minaccia di chiamare i carabinieri, il tutor lo insulta in milanese e se la svigna. Io corro, e sono viola di vergogna. E di rabbia.

Dopo quattro ore passate così, ne ho abbastanza: ormai ho capito che tipo di lavoro è, e non mi interessa. Cordialmente ringrazio per la disponibilità il tutor (che nel frattempo si era rivelato Veronese doc, sfoggiando un dialetto mirabile durante l’incontro con una sua vecchia conoscenza) e me ne vado. “Beh, è evidente che non hai a cuore il tuo futuro lavorativo, tesoro”, mi dice con un mega sorriso a 86 denti. Che gli avrei volentieri rotto uno ad uno.

Tornata a casa demoralizzata, stanca, triste, e decisamente in imbarazzo per le decine e decine di persone che avevo incontrato e alle quali avevo mostrato il mio viso, ho raccontato la mia esperienza all’Orso Domestico e ai miei genitori.

Purtroppo, queste truffe agganciano giovani disoccupati che, a causa della crisi probabilmente, si rifugiano nella prima speranza di fare soldi, attirati dalla promessa di agi, bellavita, feste e altre minchiate simili. Io li ho visti questi ragazzi: poveri giovani che, tramite bans di incitamento atti all’indottrinamento diventano aggressivi e arroganti perché credono che questo sia il lavoro della vita e che questa fantomatica piramide che viene loro promesso di scalare sia la chiave per il mondo.

Beh, non è così. Stasera M. mi ha raccontato la sua esperienza, identica alla mia se non fosse per il fatto che lei ha atteso la fine della giornata di prova, ha fatto il test finale, e poi li ha mandati a cagare (scusate il francesismo).

Giusto per la cronaca, tutte queste mitiche e integerrime agenzie, che rapiscono i candidati portandoli ai confini delle loro città senza preavviso e senza – spesso – la possibilità di utilizzare il cellulare, hanno nomi strani, delle sigle…

B one (B 1), M 2 M, e via così. I loro numeri di telefono non compaiono sulle pagine bianche e, come unici titolari indicati, sono segnalati la/il segretaria/o e il/la capo filiale. Very strange, uh?

p.s.: un’ altra testimonianza ben dettagliata potete trovarla qui.

Scatole

Sono rientrata adesso dal lavoro.

Un freddo, acci!

Meglio non lamentarmi troppo, in fin dei conti meglio un venticello freddo che un gelo pazzesco che in piena estate mi veste con canottiera magliaamanichelunghenera polodellaamanichecorteblupuffo maglioncinodicotonebluonero felpascurailcolorel’èstess giaccaaventoscurapossibilmente scarpedaginnasticascure calziniarighepoismonocromo collantscuri pantacollantneri gonnainfrescolanabluscura.

Due di questi indumenti sono forniti dall’azienda. Ma quali? Ciao Lettore, voglio fare un gioco con te.

E le scatole. Scatoloni scatolette scatoline in cartone in plastica in legno. Anche a rete, se vi va.

Quattro anni d’indipendenza in scatola. Al supermercato manco li vendono – dove andremo a finire? Eh, non ci sono più le mezze stagioni – Eh.

AGGIORNAMENTO DEL POST!

Hagane è una guastafeste: ha indovinato in una notte quello che voi mortali non indovinereste mai. Ora posso mettere una foto che giustifica la sua vittoria. Vi prego di non diffondere quest’immagine esclusiva soprattutto per non violare la privacy dei meravigliosi modelli.

Diario di una

Come oramai in molti ma non troppi sanno, le mie estati vengono sapientemente spese tra le pietre. Non che io sia una fanatica della lapidazione, ma in Italia la pietra regna, e se cerchi un lavoro, conviene che sia come guardia-sassi.

Nella mia città gli esempi di vecchiume storico abbondano e richiamano, anno dopo anno, orde di pecoroni che in massa invadono le piazzette principali per poi riversarsi la sera, a getto tipo vomito, all’interno del teatro all’aperto.

Penso che ormai abbiate capito di che città parlo. Se così non è, pace. La prossima volta starete più attenti.

Artisti di fAma MONdiale, ospiti INTERNAzionali, PUBBLIco entusiasta, l’EMOzione più bella dell’ESTAte.

Durante la prima, è addirittura possibile ammirare qualche famoso reperto di mummia special guest, come il presidente della repubblica (nulla contro Giorgio eh, ma dal vivo s’invecchia davvero ‘na cifra!), la Fornero, e così via.

Quando ospiti di cotanta magnificenza e grandezza degnano il popolo bue della loro mistica presenza, la piazza antecedente il teatro si svuota per far spazio alle auto-individuali-blu e lo spettacolo, in barba a chi sta facendo la fila dalle cinque di pomeriggio per entrare, può aspettare. Non sia mai che la loro preziosa cena venga disturbata da un’inutile quisquiglia quale la ludica serata a teatro.

A parte queste mie modeste e perlopiù inutili storielle di pura fantasia, lavorare in teatro è meraviglioso, specie per le uscite post-lavoro insieme ai colleghi, una mandria di bufali affamati e assetati (non è un doppio senso, ma la verità) vogliosi di risate e minchiate.

Du dudu dudu dudduruddù…