Singolaria

“Non appena starete bene con voi stessi anche gli altri staranno bene con voi.”

Dopo tanti anni sto vivendo l’esperienza dell’essere single. E’ una condizione strana, a volta davvero disarmante. Sembra che tutte le mie certezze e sicurezze si siano frantumate in un crashdown di proporzioni bibliche, come un diluvio universale che ha invaso la mia sfera più profonda e dal quale nemmeno Noè può trarmi in salvo. Non è l’essere senza un compagno che mi scombussola, ma il non capire più qual è la mia direzione.

Il fatto è che da un po’ di tempo io non mi sento bene nei miei panni, a volte vorrei essere qualcun altro. Questo indubbiamente traspare, con conseguenze non sempre positive. Cerco di non piangermi addosso, di non diventare lagnosa o pesante, voglio superare questo momento lasciando dietro di me meno distruzione possibile, ma non sempre sorridere mi risulta facile e spontaneo.

Cammino tanto, mi faccio camminate chilometriche con la mia Frida (che non potrebbe essere più felice di tanto moto!) per sfogare le energie e per sgomberare la mente. Ci sono sere in cui uscire non mi tange, sto bene a casa o in solitaria a rilassarmi, altre in cu invece cerco disperatamente di evadere dalla gabbia in cui si trasforma la mia mente, mettendomi angoscia e tristezza. Ma non sempre il mio desiderio di fuga trova dei compagni d’avventura, degli amici disponibili.

Disse Diego Cugia, “La solitudine è uno spazio così vasto che, alle volte, si prova invidia per chi urta sempre contro i soliti, vecchi spigoli.”. Talvolta è così, mi domando se forse non sarebbe stato meglio evitare di prendere quella decisione difficile che ora mi ha portato qui: meglio certo, sbagliato ancor di più.

Ci sono passi che prima o poi dobbiamo compiere, cammini difficili che più si evitano più ardui risultano da intraprendere dopo tanto procrastinare. Ho deciso di vivere, di continuare da sola, di fare delle scelte egoistiche sperando che siano giuste.

E se così non fosse… si vedrà.

Welcome to the jungle

Un film che mi ha sempre affascinato è “the warriors”, e dopo tanti anni di VHS/DVD, finalmente ho vissuto di persona la decadenza grottesca di molte situazioni e luoghi raccontati. Dalle liti in metro a Union Square alle giostre allegre che quasi stridono nella zona tutt’altro che family-friendly di Coney Island. Dietro l’angolo di imponenti e affascinanti grattacieli che illuminano a giorno anche la notte più buia si nascondono costruzioni basse, fatiscenti, che è meglio lasciare nell’ombra. I variopinti clochard sono disponibili e gentili, dispensando indicazioni stradali (corrette) prima di essere interpellati, mentre persone emarginate e con palesi problemi mentali ti incantano con perle di saggezza ahimè rese incomprensibili dall’alchool. Ad Harlem una vecchietta ti abbraccia a Pasqua sussurrandoti “God bless you”, il Pastore says Hey Man! In metro con il soffondo musicale di generi sempre diversi e bellissimi un signore dimesso e semplice ti racconta delle sue origini Croate e scopri che lui nella Big Apple  lavora nientepopòdimenoche a Wall Street. Alle 3 di notte ragazzi di colore dall’aspetto poco raccomandabile in attesa della metropolitana ridono, scherzano con te che non c’entri niente con loro,  mentre davanti al tuo hotel a cinque stelle uno spacciatore venuto dal Bronx (dove tu non sei stata per evitare tipi loschi) prova a venderti Marijuana.

In pratica, non sono pronta a lasciare New York.