Vous parlez trés vite! – parte 3

In questa terza ed ultima parte dedicata alla mia esperienza parigina, ho deciso di proporre un mini-tour dedicato a coloro che vorrebbero andare a Parigi ma che non hanno molto tempo per visitarla. Il mini-tour è stato collaudato, la cavia è stato il (bentornato) Orso Domestico, in visita alla sottoscritta per un giorno e mezzo. Cercherò di non tralasciare nulla, perché l’organizzazione vince sui minuti contati!

L’O.D. (chiameremo così l’Orso Domestico, per accelerare il ritmo della narrazione) è arrivato a Parigi di lunedì pomeriggio. Una volta atterrato, ha preso un trenino che l’ha portato fino alla Gare du Nord, dove io lo aspettavo già munita di un abbonamento valido per due giorni. Si tratta di un biglietto che, una volta obliterato la prima volta, inizia a contare la giornata, la quale si conclude alle ore 24 del giorno stesso (non è quindi un biglietto di 24h!).

Qui apro una parentesi sui biglietti dei mezzi pubblici parigini: una corsa costa 1,70€, il che significa che se malauguratamente sbagliate fermata e decidete di riprendere la metro ad un’altra fermata ad una distanza dall’obliterazione del biglietto di… chessò… 4 secondi, dovete acquistare un nuovo titolo di viaggio. Ecco perché ho specificato che il biglietto è per una corsa. Io ci sono rimasta malissimo quando l’ho scoperto. Inoltre il biglietto acquistato e obliterato in metropolitana non dà diritto a viaggiare su altri mezzi ad essa collegata, come bus o trenini RER. Dunque, se avete poco tempo da trascorrere in una città grande e dislocata come Parigi, vi conviene muovervi sì con i mezzi pubblici, ma optando per un abbonamento di uno o più giorni (sconsiglio il biglietto da 10 corse che costa €17, fidatevi che in un paio di giorni lo consumate largamente, ed in proporzione è più caro dell’abbonamento che ne costa 20).

Recuperato l’O.D. alla stazione, l’ho caricato in metro e siamo andati dritti all’hotel che avevamo prenotato per l’occasione: una tipica topaia economica perfetta per il nostro stile, economica e comodissima per i mezzi pubblici, nonché aperta 24h/24. Se cercate la struttura online troverete conferme di quanto detto: Hotel Voltaire République.

Per non perdere tempo, gli avevo già preparato un pranzo al sacco, e quindi mentre ancora stava degluttendo l’ho ricaricato in metro e siamo scesi alla fermata Blanche. Una volta fuori, è stato chiarissimo dove ci trovavamo: il Moulin Rouge svettava proprio davanti a noi! Risalendo la Rue Lepic per arrivare al cuore di Montmartre si passa dalla casa dove, dal 1886 al 1888, visse Van Gogh. Poco più avanti si trovano due mulini d’epoca appartenenti a due cabaret: il Moulin Radet e il Moulin de la Galette. Proseguendo sulla strada, siamo quindi giunti al cuore del quartiere, nella piazza più famosa e caratteristica della città, Place du Tertre, brulicante di artisti e di piccoli bistrot. Già da qui fa capolino il bianco travertino del Sacré-Coeur. Questa chiesa merita non solo per la sua imponenza e la sua storia, ma anche per il panorama di cui gode.

Tornati sui nostri passi e lasciato quindi il quartiere degli artisti, siamo risaliti in metro fino a scendere alla fermata Charles de Gaulle-Etoile. Uscendo, ci siamo ritrovati sugli Champs-Elysées, all’inizio dei quali s’impone maestoso l’Arc du Triomphe. Dato che la vista da lassù è considerata una delle migliori di Parigi, io e l’O.D. ci siamo fatti tutti i 284 scalini della scala a chiocciola (che io odio per principio, mi dà le vertigini) e siamo arrivati sulla terrazza panoramica. Da lassù si capisce finalmente la struttura urbanistica della città, suddivisa dalla raggiera di strade che partono proprio dall’Arco. Ormai erano le 19:30, e io avevo ancora un paio di cose in programma. Quindi siamo rientrati in metropolitana per scendere alla fermata Trocadero.

L’O.D. non sapeva dove lo stavo portando, sapeva solo che continuavo a guardare l’orologio. Erano le 19:55. Ce l’avevamo fatta. Appena girato l’angolo del Palais Chaillot la mitica Tour Eiffel svettava davanti ai nostri occhi, snella ma importante, illuminata. Alle 20:00, come allo scoccare di ogni ora, le 20.000 luci su di essa installate hanno iniziato a brillare, rendendo lo spettacolo ancora più mozzafiato. L’O.D. era incantato, emozionato, direi quasi felice.

Dopo aver dedicato ai 290 metri di acciaio l’attenzione che meritano, ci siamo diretti, sempre con la metropolitana, a Cour Saint-Emilion, dove si trova il Bercy Village. La struttura sorge sulle rovine rivalutate di una vecchia casa vinicola, e oggi ospita negozi, ristoranti, spettacoli e mostre d’arte. Un posticino romantico e poco turistico (anzi direi per niente…) dove cenare.

L’indomani mattina ho svegliato l’O.D. di buon ora per portarlo vicino alla Place de la Bastille a fare colazione. Ora lì non esistono più le vecchie carceri, ovviamente, ma il luogo è storico e merita un salto, anche in un mini-tour. Proprio adiacente alla piazza si snoda il quartiere Marais, che purtroppo non ho potuto mostrare all’O.D. per mancanza di tempo.

A pancia piena finalmente siamo tornati in metro (strano eh?) e siamo scesi a Solférino, non distante dal Musée d’Orsay. Questo museo (che io ho visitato e del quale mi sono innamorata) è situato in una ex-stazione ferroviaria, la Gare d’Orsay per l’appunto, e si affaccia sulla Senna. Proprio il fiume era la nostra meta, perché da lì partiva il Bato-Bush “hop on-hop off”, ovvero un battello che effettua 8 fermate lungo la Senna, alle quali si può scendere e visitare i dintorni.

In una giornata abbiamo dunque visitato il Quartiere Latino, con la chiesa di Saint German des Prés, il Pantheon (la cui cupola e annesso pendolo di Foucault saranno in ristrutturazione fino al 2016) e i Jardin du Luxembourg. L’Ile de la Cité, con Notre Dame (c’è molto di più da vedere sull’isola, ma se avete poco tempo sarete costretti a scegliere). L’Hotel de Ville, il Centre Pompidou, i caratteristici Bouquinistes sul LungoSenna, le Piramidi del Louvre e la Piramide inversa del Carrousel du Louvre, Place de la Concorde ed infine… Laduré! Una dolce pausa non fa mai male… a parte al portafogli!

Finito di fare le trottole, ed un po’ stanchi, siamo quindi tornati in metro per scendere ad Alma Marceau. Lì fuori si trova una riproduzione della Fiamma della Libertà (quella della Statua di New York, per intenderci) e, passato il ponte, il Musée Quai Branly di cui già vi avevo parlato. Sul LungoSenna era stata allestita una mostra fotografica open-air, è stato piacevole visitarla mentre ci riavvicinavamo alla bella d’acciaio.

Una volta arrivati sotto la Tour Eiffel, l’O.D. ha esclamato “ci saliamo, vero!?!”, e credetemi che non me lo stava chiedendo. Ho dato una rapida occhiata alla fila per l’ascensore e poi a quella per le scale: naturalmente quest’ultima era liberissima! E allora dai… ci siamo sparati anche questi 700 gradini e siamo giunti al secondo piano. Da lì abbiamo preso il biglietto per l’ascensore fino al terzo piano (le scale sono vietate al pubblico dal II° al III° livello). E’ stato bellissimo, io ci ero già salita durante il giorno un paio di settimane prima, ma di notte l’effetto è magnifico!

Stanchi, entusiasti ed affamati siamo tornati verso République – dove si trovava l’hotel – e lì vicino (più precisamente vicino alla fermata Oberkampf) abbiamo cenato in un Bistrot abbastanza economico, molto buono, con personale stra gentile e affabile… ma coi topini! Eh vabbè, uno mica può voler tutto dalla vita, no?

L’indomani ho riaccompagnato l’O.D. alla stazione dove l’ho salutato prima che tornasse in Italia.

Un mini-tour che si è rivelato un po’ un tour de force devo ammettere, io purtroppo non ho il senso della misura quando cammino, ho il passo molto veloce e mi stanco difficilmente. Però l’O.D. è stato felice, e soprattutto soddisfatto di quel suo giorno e mezzo parigino.

Spero che questa specie di guida possa servire ai posteri, la lascio come mio testamento virtuale perché vi voglio bene.

Au revoir!

Vous parlez trés vite! – parte 1

Non riesco ancora a decretare quale sia stato il più buono che ho assaggiato, ma credo che quello al limone sia in cima alla classifica. Coloratissimi e golosissimi, questi maledetti Macarons costavano davvero una fortuna in quel di Parigi! Alla faccia del “dai, mi faccio un regalino, vado da Laduré…”! Una volta mi è bastata. Solo dopo due settimane, per caso ho scovato una bancarella a Montmartre che per meno della metà me ne dava di altrettanto colorati e gustosi e allora sono stata felice.

Sono arrivata nella Ville Lumière il 6 ottobre, dopo un viaggio rocambolesco che ha visto anche lo squartamento della ruota dell’auto con la quale stavo andando all’aeroporto di Orio al Serio accompagnata da mio fratello, e senza avere la ruota di scorta appresso.  Rischiavo di perdere l’aereo se mio padre non fosse venuto a recuperarmi e a portarmi di fretta alla meta, dove ho fatto controllo di sicurezza e imbarco in tempo record!

Una volta arrivata a destinazione, il mio alloggio era presso una giovane coppia originaria di Nantes che da 7 anni vive a Parigi; Aude lavora in banca e ha una passione spasmodica per la zumba e per la cucina, Raphael è un ingegnere di nonhobencapitocosa che viaggia molto per lavoro e che sia per aspetto che per modi di fare mi ricordava tantissimo Marshall di “How i met your mother”.

Fin dal primo giorno mi sono fatta conoscere come “colei che cammina un sacco”, battendo a piedi ogni zona della grande metropoli servendomi per i lunghi spostamenti della metropolitana. L’abbonamento settimanale mi ha salvata, anche se la fototessera che ho dovuto fare per la carta magnetica (pass Navigo) ha annientato la mia autostima.

Ma per quale motivo sono andata a Parigi, e perché ci sono rimasta tre settimane? La spiegazione è semplice: studio della lingua. Mi sono iscritta ad un corso intensivo presso una scuola locale (Accord) e dalle 9 alle 13 la mia giornata era impegnata sui banchi. Di pomeriggio invece, mi davo al turismo sfrenato.

Con l’ausilio della guida Lonely Planet ho organizzato le visite suddividendole per quartieri, proverò a raccontarvi cosa ho fatto…

Ho cominciato dal quartiere Marais, delizioso e vivace, che ospita Place de Vosges dove si trova un bellissimo giardino, il Musée Carnavalet – ovvero il museo che ripercorre la storia di Parigi dal medioevo fino ai primi del ‘900, attraverso le numerose stanze dalle pareti variopinte di quello che una volta era un palazzo nobiliare – la Maison de Victor Hugo. Da qui si può arrivare senza troppi problemi al Village Saint-Paul, una specie di mercato dislocato tra cortili, palazzi, giardini… Un gioiellino che non mi sarei aspettata di scoprire con tanto stupore.

Maison de Victor Hugo

Maison de Victor Hugo

Successivamente, partendo da Place de La Concorde (teatro di numerosi ghigliottinamenti nel periodo del terrore) ho raggiunto i Jardin de Teuilleries all’inizio dei quali, ubicato in una ex-serra, si trova il Musée de L’Orangerie. Qui è possibile rilassarsi e commuoversi nelle due stanze contententi le ninfee di Monet, che l’artista stesso ha donato alla città proprio per concedere ai suoi abitanti momenti di quiete, relax ed inner peace. Proseguendo nei giardini si arriva al Palais Royale, che ospita il Museo del Louvre, che immagino tutti conosciate. Ho anche avuto l’onore di vedere quella gran bruttezza della Monna Lisa – perché, diciamo la verità , non è davvero il quadro più bello di Leonardo, sebbene inspiegabilmente smuova le masse…

gioconda

Louvre pyramides

Non distante da questo po’po’ di regalità c’è il Forum Les Halles, che visto da fuori non è altro che un enorme cantiere, ma se si scendono le scale mobili si scopre che in realtà è un mega centro commerciale, dove potersi dare al pazzo shopping nei negozi più disparati – scordatevi Louis Vuitton e Cartier, quelli sono da un’altra parte!

Continuando il giro, ho poi deciso di recarmi all’Arco di Trionfo, imponente e maestoso, non me lo aspettavo così mastodontico! E’ anche possibile salire sulla sua terrazza, ma quando sono arrivata era in corso la cerimonia dell’accensione della fiamma per il Milite Ignoto, e gli accessi erano chiusi. Ho quindi optato per una passeggiata luuuunga luuuuuunghissima sugli Champs Elysées, guardando le vetrine dei negozi di lusso (devo essere sincera, non me ne fregava granché, ma non c’era alternativa) fino ad arrivare al Grand Palais, il palazzo con il tetto di vetro. Non distante si trova anche il Petit Palais, che è un museo d’arte moderna. Continuando sui Campi Elisi si arriva a Place de la Concorde, dove già ero stata. Da lì alle Galeries Lafayette non ci vuole molto, quindi farci un salto è quasi obbligatorio 🙂 . Se lo shopping non è la vostra passione, in questi grandi magazzini potete ammirare la cupola.

Come anticipato, per i lunghi spostamenti utilizzavo la metropolitana, questo mezzo oltre ad essere comodo e veloce, e anche piacevole grazie ai numerosi artisti che regolarmente si esibiscono tra corridoi e interno dei treni, non mancano poi i mendicanti, tutti con una storia da raccontare, alcune davvero spassose e recitate in rima o cantate.

Con questa immagine pittoresca ed underground chiudo il primo capitolo… a presto!

Welcome to the jungle

Un film che mi ha sempre affascinato è “the warriors”, e dopo tanti anni di VHS/DVD, finalmente ho vissuto di persona la decadenza grottesca di molte situazioni e luoghi raccontati. Dalle liti in metro a Union Square alle giostre allegre che quasi stridono nella zona tutt’altro che family-friendly di Coney Island. Dietro l’angolo di imponenti e affascinanti grattacieli che illuminano a giorno anche la notte più buia si nascondono costruzioni basse, fatiscenti, che è meglio lasciare nell’ombra. I variopinti clochard sono disponibili e gentili, dispensando indicazioni stradali (corrette) prima di essere interpellati, mentre persone emarginate e con palesi problemi mentali ti incantano con perle di saggezza ahimè rese incomprensibili dall’alchool. Ad Harlem una vecchietta ti abbraccia a Pasqua sussurrandoti “God bless you”, il Pastore says Hey Man! In metro con il soffondo musicale di generi sempre diversi e bellissimi un signore dimesso e semplice ti racconta delle sue origini Croate e scopri che lui nella Big Apple  lavora nientepopòdimenoche a Wall Street. Alle 3 di notte ragazzi di colore dall’aspetto poco raccomandabile in attesa della metropolitana ridono, scherzano con te che non c’entri niente con loro,  mentre davanti al tuo hotel a cinque stelle uno spacciatore venuto dal Bronx (dove tu non sei stata per evitare tipi loschi) prova a venderti Marijuana.

In pratica, non sono pronta a lasciare New York.