Invito all’arte

Ciao lettori wordpressiani e non!

Ho avuto un’estate parecchio burrascosa, mi sono sentita spesso come una protagonista di Beautiful – senza però avere i suoi soldi. Una stagione Areniana davvero intensa mi ha assorbito tempo ed energie ma questo non mi ha impedito di andare avanti con la mia vita.

Nuove amicizie, nuove conferme affettive, nuove svolte personali, nuovi progetti. Di questi ultimi ne ho parecchio in ballo, alcuni di essi mi spaventano a morte eccitano particolarmente.

La prima notizia è che tra poche settimane parto! Vado nella capitale delle baguettes e delle lumache per quasi un mese, a cercare di imparare il francese e diventare finalmente una vera snob.

La seconda notizia invece coinvolge non solo me, ma anche tutti gli appassionati e praticanti dell’arte. Sto partecipando alla fondazione di un’associazione artistica nella mia città! E’ un progetto un po’ ambizioso per essere ancora in fase embrionale, ma si cerca di puntare in alto da subito… siamo ottimisti!

A questo proposito vorrei invitare chiunque stia leggendo e che abiti in zona Verona (o che abbia voglia di venirci per l’occasione) alla presentazione ufficiale di ARTèVIT, il 13 settembre (sì, questo venerdì!) alle 18:45. Qui trovate più dettagli 🙂

La partecipazione è aperta anche a coloro che hanno dei progetti artistici in ballo, o che ne abbiano già realizzati. Potrete portare con voi le vostre opere (di qualsiasi genere esse siano, basta che non portiate un cavallo imbalsamato perché potrebbero esserci problemi di spazio) e mostrarle ai presenti, avendo modo di farsi conoscere. Sia chiaro, per artisti non si intendono solo scultori, pittori o fotografi, ma anche web designer, stilisti, orafi, mosaicisti, body painter…

Ora vi saluto, i preparativi sono sempre in atto e infatti all’alba delle 3 sto finendo di occuparmi dei testi per il sito internet… a breve online spero!

Quando il lavoro è una truffa

Quest’inverno a “Le Iene” ho visto un super servizio su quei lavori schifidi e infidi che consistono nell’andare a rompere alla gente, in casa loro, al fine di vendere contratti per qualche megazienda nazionale o internazionale. Nel dettaglio, parlavano di contratti truffaldini che – mi sembra – erano stati commissionati dalla ditta Enel ad un’ageniza mandataria minore, incaricata di promuovere tariffe e offerte espandendo il bacino d’utenza.

Prima di allora, purtroppo, avevo già conosciuto questo tipo di lavoro.

Ma perché parlarne adesso? Perché tarmare le menti che bramano solo le ferie estive con questi argomenti scottanti?

Perché, di recentissimo, è accaduto il fatto increscioso alla mia amica M. Ora brevemente ma – spero – in modo incisivo vi racconto la mia esperienza.

Circa un paio di anni fa mi trovavo senza lavoro, e ho deciso di cercare offerte su internet. Mi sono imbattuta in un annuncio che pressapoco recitava così:

Azienda di pubblicità ed organizzazione eventi a Ghostolandia ricerca, per apertura nuova filiale in loco, 8 figure per le mansioni di magazziniere, segretaria, organizzazione eventi, customer care. Si richiede disponibilità immediata.

Ottimo, è quello che fa per me! E immediatamente chiamo il numero indicato nell’annuncio per fissare un colloquio. “Domani alle 13:00 qui in Chiappolandia“, mi dicono.

Il giorno dopo, tutta carina e bendisposta, entro nell’edificio e la prima cosa che mi balza all’orecchio sono urla e canti di incitamento. Ricordavano un po’ i bans degli scout, per intenderci. Non ci do peso e mi accomodo in sala d’attesa. Dopo circa mezz’ora vengo chiamata e, saliti 2 piani di scale, vengo accolta da La Bionda sulla trentina vestita elegantemente a caso. Può sembrare un’inezia, ma io a queste cose faccio molto ma molto caso.

La Bionda mi spiega che l’azienda, con sede principale a Torino, ha deciso – dato il suo ennnnorme successo – di aprire filiali in tutta Italia e che, le ultime città che mancavano da conquistare, erano Milano e Ghostolandia (Verona, per chi ancora non lo sapesse). Mi spiega che hanno bisogno di personale altamente motivato e predisposto al contatto con il pubblico, che possibilmente conosca almeno una lingua straniera, e che abbia un’ottima predisposizione al lavoro in team. Mi spiega che, se sono interessata, mi faranno fare un giorno di prova – l’indomani, per inciso – durante il quale sarò affiancata per tutto il tempo da un dipendente qualificato e che, a fine giornata, sarò sottoposta ad un test per valutare se sono stata attenta e se sono idonea a questo tipo di lavoro. Accetto. “Benissimo, sono davvero felice” – dice La Bionda – “Mi raccomando, fai molte domande e dimostra di essere interessata e partecipativa, perché ne terremo conto al fine dell’assunzione.”

Dopo avermi raccomandato abito elegante per il giorno dopo, mi liquida.

E così, alle 08:30 del mattino seguente, mi ritrovo a Chiappolandia vestita di tutto punto, pronta ad iniziare la mia giornata di prova. Mi viene presentato il tutor che mi seguirà dopodiché… mi fanno uscire dall’edificio!

“Ma dove andiamo?”, chiedo perplessa. “Ah, proprio qui, dietro l’angolo”. Mah, vabbè. Poco dopo scopro che Dietrol’angolo in realtà è una fermata del bus e che quel bus, scopro una volta salita a bordo e obliterato un biglietto che fortunatamente avevo con me, mi porterà allegramente a Chissàdove! Già, non mi viene spiegato dove andremo, e io sono perplessa riguardo al tipo di lavoro che mi faranno a fare. Dopo aver cambiato due mezzi pubblici diversi, ed essere in viaggio da un’ora, la vocina di mio padre inizia a rimbalzarmi nel cervello

Poooorta a poooorta! Poooooooorta a poooooooorta!

Decido di ignorare il grillo parlante che mi invita a squagliarmela il prima possibile e di cercare comunque di essere positiva.

Finalmente arriviamo a destinazione: dall’altra parte di Ghostolandia, ad Accidentolandia. Qui inizia l’esperienza più imbarazzante della mia vita lavorativa.

Il mio tutor, un ragazzotto pompato con l’accento milanèse vestito con una camicia dal colletto decisamente stretto (infatti il primo bottone non si chiudeva), una cravatta stropicciata mesa su alla meno peggio, pantalone gessato e giacca nera lucida – per non parlare delle scarpe pseudo eleganti straconsumate sulla punta e sul tacco – inizia subito a suonare citofoni e, drìn drìn dopo drìn drìn, entra – con me al seguito – in casa di non so nemmeno io quante persone per convincerle a firmare contratti per passare al gestore telefonico Teletu. Il ragazotto preferisce suonare ai campanelli dove compaiono nomi stranieri “Perché gli stranieri firmerebbero qualsiasi cosa pur di risparmiare, e poi dalla nostra c’è che non capiscono bene quello che dici e quindi un po’ li intorti come ti pare”. Ah, ecco. Mi sembrava che alla fine questo fosse un Porta a Porta. “No vedi, questo lavoro non è un porta a porta, infatti noi lavoriamo per aziende esterne che ci pagano per ogni loro contratto che facciamo firmare”. Mh, sì: quale definizione di Porta a Porta hai saltato di leggere quando facevi le elementari? Mah.

Figuraccia dopo figuraccia, ma senza alcun contratto firmato in mano – perché, al contrario di quanto pensava, gli stranieri sono furbi e sanno da chi devono guardarsi – arriva persino a fingere di lavorare per Infostrada pur di convincere un salumiere che non voleva cambiare contratto telefonico. Una volta scoperta la bufala, e dopo la minaccia di chiamare i carabinieri, il tutor lo insulta in milanese e se la svigna. Io corro, e sono viola di vergogna. E di rabbia.

Dopo quattro ore passate così, ne ho abbastanza: ormai ho capito che tipo di lavoro è, e non mi interessa. Cordialmente ringrazio per la disponibilità il tutor (che nel frattempo si era rivelato Veronese doc, sfoggiando un dialetto mirabile durante l’incontro con una sua vecchia conoscenza) e me ne vado. “Beh, è evidente che non hai a cuore il tuo futuro lavorativo, tesoro”, mi dice con un mega sorriso a 86 denti. Che gli avrei volentieri rotto uno ad uno.

Tornata a casa demoralizzata, stanca, triste, e decisamente in imbarazzo per le decine e decine di persone che avevo incontrato e alle quali avevo mostrato il mio viso, ho raccontato la mia esperienza all’Orso Domestico e ai miei genitori.

Purtroppo, queste truffe agganciano giovani disoccupati che, a causa della crisi probabilmente, si rifugiano nella prima speranza di fare soldi, attirati dalla promessa di agi, bellavita, feste e altre minchiate simili. Io li ho visti questi ragazzi: poveri giovani che, tramite bans di incitamento atti all’indottrinamento diventano aggressivi e arroganti perché credono che questo sia il lavoro della vita e che questa fantomatica piramide che viene loro promesso di scalare sia la chiave per il mondo.

Beh, non è così. Stasera M. mi ha raccontato la sua esperienza, identica alla mia se non fosse per il fatto che lei ha atteso la fine della giornata di prova, ha fatto il test finale, e poi li ha mandati a cagare (scusate il francesismo).

Giusto per la cronaca, tutte queste mitiche e integerrime agenzie, che rapiscono i candidati portandoli ai confini delle loro città senza preavviso e senza – spesso – la possibilità di utilizzare il cellulare, hanno nomi strani, delle sigle…

B one (B 1), M 2 M, e via così. I loro numeri di telefono non compaiono sulle pagine bianche e, come unici titolari indicati, sono segnalati la/il segretaria/o e il/la capo filiale. Very strange, uh?

p.s.: un’ altra testimonianza ben dettagliata potete trovarla qui.

Pioggerella di primavera

La mia città ha deciso di compiere l’estremo sacrificio immolandosi per il bene dell’avvenimento delle profezie già avverate. in pratica, si è candidata per il remake de “L’arca di Noè” ed è quasi un mese che riempie le sue strade, cantine, pozzanghere di acqua. Non la sceglieranno mai come protagonista, perché è stata costruita trooooppo bene dai nostri antenati e non c’è ancora verso che si allaghi. Resterà un po’ delusa, ma shit happens.

Così, dopo diciannove giorni filati di lavoro, oggi la pioggia mi fa regalare una piccola tregua prima, oggi infatti ho finalmente recuperato un po’ di sonno che da troppi giorni mi stava rendendo uno zombie. Indi per cui, prima di alzarmi dal mio caldo giaciglio e fiodarmi sui libri per l’esame di dopodomani, ho fatto un giro per la rete ed i suoi fidati social network.

I miei compagni delle superiori.

Tre di loro sono già genitori, due sono fidanzati ufficialmente e quindi prossimi al matrimonio, almeno dieci di loro vivono da soli, in Italia o all’estero,  la maggior parte di quelli che avevano iniziato un percorso universitario l’hanno portato a termine, e chi invece ha scelto un’altra strada è impegnato in lavori degni di rispetto.

E’ inevitabile fare i paragoni con la mia vita: ho il ragazzo, ma non pensiamo al matrimonio, non ancora perlomeno – sebbene possa definire la nostra coppia più simile ad una famiglia da quando abbiamo coinvolto nelle nostre vite i due pelosi più belli della terra; vivo da sola, in Italia, e chissà se (e) quando mi laureerò riuscirò a fare la mia tanto agognata esperienza all’estero; faccio mille lavori diversi, non sempre economicamente appaganti, ma non mi posso lamentare.

Forse ho solo bisogno di certezze, in un mondo dove non ce ne sono. Probabilmente inconsciamente la stabilità mi piace, contrariamente a quanto continuo con fermezza a sostenere.

Forse devo solo chiudere gli occhi, riflettere meno secondi sulle cose, e decidere, provarci. Forse dovrei far fare i cuccioli a Frida, è un’esperienza che sto rimandando da tanto tempo e non capisco perché ancora non voglia decidermi.

Torno sui libri, ogni pagina in meno da studiare è un passo verso la laurea.