Serata di nebbia

Oggi, ancora per pochi minuti, è il 12 dicembre.

Da piccolina aspettavo questa notte con ansia, emozione e trepidazione: era la notte in cui arrivava Santa Lucia. La mamma e il papà avevano istruito molto bene sia me che mio fratello in merito al comportamento da tenere nei giorni precedenti il 13, avremmo dovuto fare i bravi e comportarci bene, altrimenti Santa Lucia non ci avrebbe portato nessun regalo.

Noi due non scrivevamo nessuna lettera ala Santa, al massimo le lasciavamo un bigliettino la sera stessa prima di coricarci, con qualche sommaria indicazione relativa ai nostri desideri. Beh, non venivano mai delusi.

Così, la sera del 12 dicembre, io e Andrea apparecchiavamo la tavola in cucina con latte caldo, biscotti, marmellata, acqua, vino, in modo che quando la Santa fosse arrivata avrebbe potuto ristorarsi. Dato che Santa Lucia è cieca e si fa aiutare da un fidato asinello per trovare la strada che porta alle case dove vivono i bambini, lasciavamo per terra una terrina con dell’insalata e dell’acqua, per l’affaticato ciucchino.

Poi scattava il coprifuoco, dovevamo andare a letto presto perché per nessun motivo avremmo dovuto vedere la Santa arrivare e depositare i giochi: la leggenda voleva che se la si spiava lei avrebbe gettato cenere negli occhi del guardone, accecandolo per sempre. Una nota orrorifica non fa mai male quando si deve tenere a bada i piccini.

Faticavamo ad addormentarci, premevamo la faccia sul cuscino e ci coprivamo il volto con le coperte. La curiosità di sentirla arrivare si contrastava con il terrore di vederla davvero. Avevamo paura di non essere forti abbastanza da resistere a questa tentazione. Solo una volta mi capitò, per l’agitazione, di svegliarmi nel cuore della notte e di vedere le luci della sala accese, avvertendo anche dei rumori. Mi costrinsi a tornare a dormire, la magia doveva rimanere intatta. Credo di aver avuto 10 anni.

La mattina del 13 dicembre la mamma veniva a svegliarci presto, circa alle 6:30, e ci invitava a sbirciare in sala, dove tutto era buio. Accendere le luci e trovarsi davanti giocattoli e dolci, era emozionantissimo. Ogni volta i regali erano azzeccati, tutt’oggi non so spiegarmi come fosse possibile, perché non ero una bambina che chiedeva spesso di poter avere questo o quello, io mi accontentavo di quello che arrivava.

Crescendo è stato inevitabile scoprire il trucco dietro questa magia, ma la mamma l’ha mantenuta in vita preparando ogni anno un piatto di dolci per me, Andrea e papà, e magari accompagnandolo con delle calze, o un maglioncino…

Quest’anno, dopo 25 anni di tradizione, pare che la magia si andrà perdendo nella fitta nebbia che ha invaso la città. Mio fratello è in Nuova Zelanda, e non tornerà che dopo Natale, io sono via da casa per lavoro, e mia mamma preferisce non festeggiare la festa – che è diventata la nostra festa di famiglia – senza tutti i membri presenti.

Ora vi saluto, apro gli scuri della finestra e cercando di intravedere il lumino appeso in groppa all’asinello tenterò di guardare, finalmente, il volto di Santa Lucia

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L’orgoglio del creatore

Avete mai avuto un’intuizione geniale?

Avete mai immaginato oltre voi stessi?

Avete mai… creato?

A tutti almeno una volta nella vita è capitato di pronunciare la frase “l’ho creato io”, magari anche più di una volta sola, ma quante di quelle volte avete sentito dentro di voi le reale sensazione di avere tra le mani la VOSTRA creatura? Quante volte avete visto l’ispirazione di un momento concretizzarsi davvero in quello che immaginavate? Spesso “l’ho creato io” lo diciamo per indicare qualcosa che in realtà abbiamo solo fatto, cioè riprodotto, qualcosa che qualcuno prima di noi ha pensato, progettato e creato, e che noi, in un certo senso, abbiamo rubato. Ecco perché non capita spesso di sentirsi emozionati davvero per un nostro lavoro, perché all’interno di esso non vi è la nostra passione, ma quella di qualcun altro.

Per esempio, ogni volta che sviluppo un rullino, sono emozionata dal vedere che alcune foto sono venute come speravo, io scelgo il soggetto, l’inquadratura, la posa, la profondità di campo, l’esposizione, e sempre io scatto. Ancora devo partorire la mia “foto Pulitzer”, quindi non posso dire di essermi davvero emozionata per una mia creazione. Ma spero manchi poco.

Oppure, dovete sapere che sebbene io sia una comunissima ragazza dall’aspetto anche un po’ impacciato, sono molto brava in diversi campi. La scrittura l’ho sempre reputata un mio punto di forza, fin dagli inizi delle scuole ero brava nei temi, nei racconti, nelle poesie. Da piccola creavo filastrocche da cui però non potevo sentirmi pienamente soddisfatta, perché il titolo o quantomeno l’argomento lo dettava l’insegnante. Lo stesso vale per i temi, credo di poter giurare di non aver mai avuto tra i titoli in consegna “tema libero”. Che frustrazione! Invece per i racconti non è andata così, per fortuna.

Alle elementari venne organizzata una bancherella di beneficenza alla quale vendere oggetti vari confezionati dalle mamme e piccoli libretti contenti le stori inventate da noi bambini. Data l’assidua presenza della Flatcher durante i miei pranzi dalla nonna, e ormai ferrata sugli omicidi, scrissi “Niente funerale, il morto è scomparso!”, capolavoro indiscusso ma mai apprezzato a dovere. Correva l’anno 1996, e il mio manoscritto fu battuto a computer da me medesima prima di consegnarlo, completo persino di illustrazioni. Avete letto bene, io facevo le elementari e il mio primo racconto l’ho consegnato scritto sul Microsoft Word di Windows 3.1.

Già all’epoca, anzi già da prima dell’epoca, mia zia (precisamente, pro-zia) mi lasciava esplorare questa meravigliosa macchina munita di cervellone e monitor, all’età di 10 anni scrissi persino un bigliettino d’auguri su un programma di cui ora non ricordo il nome al Papa in persona! Perciò non c’è da meravigliarsi, conoscendomi, se il mio ragazzo mi dice spesso “con te sono stato da più ferramenta che boutiques!”. Io non mi reputo un genio, ma una persona con una buona fantasia, unita ad un pizzico di creatività.

Come se non bastasse, tra poco sarà Natale, e le mie tasche sono troppo vuote per entrare in qualche negozio ad acquistare regali per i miei amici. Così, con l’aiuto del mio fido aiutante, sto realizzando i regali in casa, e saranno bellissimi ragazzi! Non posso dare anticipazioni, ma quando saranno finite le feste vi renderò edotti in merito.

Bisogna sempre essere orgogliosi del proprio lavoro, di ciò che si ha ottenuto credendo fino in fondo ad un’idea, all’ispirazione. Io lo faccio ogni giorno, anche quando capita che i miei (presunti) meriti vanno a qualcun altro. Sempre avanti, col sorriso, e se non avrai merito adesso, in realtà l’hai già avuto. Perché anche se non ti viene riconosciuto, è già un successo che il tuo lavoro sia stato notato.